LETTERE VINCITRICI DAL 2000 AL 2006

GIULIA ALBERICO

Ora che è passato tanto tempo penso a volte che potrei cercarti. Rivederti sarebbe indolore.

Ma, mentre sto per comporre il tuo numero di telefono o per mettere mano ad una lettera, qualcosa mi trattiene. Forse un dubbio, esile, leggero. Il dubbio che io non sia, dopo tutto, davvero arrivata al tempo della dimenticanza.

Eppure faccio fatica, quando ti penso, a rintracciare i lineamenti del tuo viso. Mi pare in certi momenti – poco più che un lampo – d’aver chiaro il tuo volto, ma poi sfuma e allora mi concentro su altro da te: le mani, un gesto, il timbro della voce. Ma anche queste sono echi.

Mi sono passati gli anni senza che potessi rendermene bene conto. In un’atte-sa: forse di una rivelazione, di un chiarimento. Mi parevano veloci i giorni e necessario il silenzio che avevi chiesto. Si trattava di porre tra me e te un tempo giusto, poi la quarantena sarebbe finita. Non dubitavo che ritrovarci sarebbe stato facile, soprattutto non dubitavo che ci saremmo potuti ritrovare. E invece non è andata così.

E’ andata che una stagione dopo l’altra ho attraversato dieci anni della mia vita coltivando un sogno, un’ossessione, un film.

Ancora adesso, se sono in macchina, ferma ad un semaforo, mi guardo intorno: ho pensato che un modo casuale di rivederti potesse essere ad un semaforo.

Se sono in compagnia capita che chi è con me mi chieda chi cerco. “Nessuno” rispondo.

Oppure in un cinema: nell’intervallo. Mi giro, cauta, in un movimento apparentemente distratto e casuale e ti cerco con lo sguardo. Quante probabilità ci sono che sia venuto quel giorno e quell’ora in quel cinema?

Questi gesti ormai sono automatici, una specie di riflesso condizionato, un rituale. Li compio senza più nemmeno pensare troppo. Devi essere invecchia-to anche tu. Come sei adesso?

Io non posso dubitare che tu abbia avuto per anni un posto nelle mie giornate. E che per altrettanti anni, salvo poche interruzioni, tu abbia occupato con la tua assenza i miei giorni.

Obbedienti siamo stati obbedienti: io alle mie remore e ai tuoi scrupoli, tu alle tue paure, ai tuoi doveri. Chissà se sei soddisfatto di questa coerenza. Io non me lo chiedo. Non ho potuto sapere come sarebbe stato con te e così ho solo aspettato che mi passasse. E’ passata. Ma ci sono voluti dieci anni e nel frattempo se n’è andata l’estrema parte della mia giovinezza.

Non ti ho mai rimproverato, nemmeno nei momenti peggiori: che colpa o responsabilità puoi avere se io sono una che resta fedele per anni anche solo ad una ipotesi d’amore?


ANTONIO SPAGNUOLO

– Senza data –

Sei di nuovo la mia allegrezza!

Chi mai potrà comprendere la poesia che si sprigiona dai tuoi occhi? Si ingigantiscono a tal punto le pupille che potrei agevolmente scivolare dentro il tuo sguardo, a volte impudico a volte come l’aroma delle mimose, a volte dispetto-so e raggiante, da trasportarmi senza parole in ghirigori vezzosi e fanciulleschi. Ed io tocco le tue guance per assicurarmi che sei ancora una follia.

Lontana da me… ed io sento il tuo respiro sfiorarmi le palpebre, quasi tiepido: non è possibile socchiudere gli occhi ed averti sensibilmente al contatto delle dita. Il nostro antico profumo, la pelle ancora vellutata, qualche impercettibile ruga, i muscoli ancora tesi nel tono del desiderio, ed ancora lo stesso profumo, il nostro profumo, come le ultime volte, stretti sudore a sudore, in gioco tra i cuscini del divano ed il ronzio del televisore.

Non parlarmi più sottovoce: urlami tutto quanto hai compresso nel tuo torace, lanciami la tua risata fragorosa, quella stessa che ha cancellato ogni tempo, fra le mille carezze covate in segreto nei mesi, ammaestrate dall’impazienza, ingigantite dalle immagini rincorse nel silenzio della mia solitudine. E quei tuoi lazzi improvvisi, e quei colori così ben levigati e stemperati, complici di celate sorprese, poi rinnovellate, di amore e di inaspettate moine.

Ecco che le mie mani hanno bisogno di toccarti e di impastare le tue forme, come se fossero di morbida creta, come se fossero di mandorle e lievito, come se io potessi riproporre un rapporto anatomico a mio solo significato ed a mio solo piacimento: ricostruirti di volta in volta come sorgente luminosa che riap-pare esultante ad ogni movimento ritmato.

Irrompi dalle ombre del passato: il grido, il gesto, il balzo, le vibrazioni, i fer-menti, impetuosi di desiderio e rinnovati nell’ordine delle favole: l’incandescente recita di una telefonata a me basta per rompere quel silenzio che mi ritrovo intorno, pressoché uguale alla laguna quando scende la notte. Ascoltare la tua voce, brillante o sonnacchiosa, a volte sorniona, formidabilmente ingigantita dalle tue improvvise ed inaspettate risate, miracolosamente presenti nel tuo colloquiare, festoso, brillantino, puerile, sembrano essere piccoli numerosi annunzi dell’inconscio capace di accedere ad un repentino risveglio.

Una strofa, un silenzio, una fiammata volubile racchiudono i clamori di una notte di immagini. Alla radice dei capelli un sottile delicato ripiegamento, nelle membra una promessa sussurrata, un desiderio del canto, da attuare nei minuti spesi nel ricordo. Le tue ciglia irrequiete a delimitare il profondo respiro che conclude la ricerca, in fretta, in fretta, nascosto nella piega divertita.

L’orologio ci costringe al rintocco.

Baciarti le caviglie sfiorando la pelle in un fruscio senza sosta. L’orecchio ada-giato ha rubato giorni e giorni al supplizio delle ore: le mie dita nel profondo degli anfratti, le morbide piegature, il sottile tremore, le ombre sommesse e rin-novate, la pienezza delle armonie suggerite da ogni tuo movimento, da ogni allegrezza delle tue ginocchia, dallo scintillio delle sclere.

Se potessi raffigurare la poesia con le sue manifestazioni simboliche e le sue modulazioni oniriche la disegnerei con i tuoi occhi profondi. Se potessi esprimere la pittura con le sue colorazioni variegate e le sue impressioni luminose la porgerei con il tuo ventre morbido ed accogliente. Se potessi descrivere la danza con le sue movenze ritmate ed i suoi improvvisi sussulti la offrirei con i giochi del tuo sorriso.

E la tua poesia è nella facoltà di dare un senso alle cose più banali, anche a quelle che non hanno un senso logico: socchiudere gli occhi e vedere le tue lab-bra che affondano e annegano nei miei sogni.

Il tuo sguardo, dalle mille sfumature, mi trascina nel trasformarsi dei tempi e dei luoghi, senza più contraddizioni, senza più dissoluzioni, per incarnare e riassumere il nostro indicibile amore.


FABRIZIO PITTON

Baia di Atchin, 16 Dic. 1873

Signora carissima

se leggerete questa mia lettera vorrà dire infine che io non son più. E che il mio amico fidatissimo signor Lombardi avrà superato gli ostacoli della malattia e degli uomini e vi avrà consegnato queste mie parole. Di devozione, innanzi tutto. E di scusa; il mio comportamento, nella vostra casa, è stato certamente inqualificabile: ma devo anche dirvi, signora diletta, che mai, dovessi anche vivere mille altre volte, mai io potrei accettare che dinanzi a me, nessuno, sia esso vostro marito o vostro padre, vi tratti nel modo brusco ed oltraggioso col quale vidi il vostro consorte rivolgersi a voi. E pur consapevole dei fastidi e dell’imbarazzo che vi ho procurato, schiaffeggiando il signore di Hasting, e pubblicamente minacciandolo e irridendolo nella sua, nella vostra casa, non sarebbe sincero da parte mia dire che non rifarei. Ma questo voi già lo sapete. Nei vostri occhi ho potuto leggere la pietà per quella che altri ritengono forza, ma che voi ed io sappiamo essere stata la mia grave debolezza; l’irruenza e l’ira. Fortunatamente, spero, giustificate almeno in parte da un robusto senso mora-le. Irruenza di uomo, brutale, ma che voi sapete in qualche modo simile alla vostra, più gentile, di donna, che sento, o spero, essere passione. Quando mi avete concesso il ballo, nella residenza del console inglese, ho saputo che se non avessi avuto precedenti impegni della famiglia, della moglie mia, dei figli anco-ra fanciulli, voi e voi sola potevate essere la donna che solo una volta, e soltan-to i più fortunati, trovano in tutta la vita. Nel tempo di quell’unico ballo, lungo e pur breve, come una battaglia per la vita, la vostra mano delicata sposata alla mia rozza di marinaio e di guerriero, mi ha detto più di qualsiasi lungo discorso. Mi ha parlato della tristezza del vostro malinconico esilio in questa terra straniera e fredda, tra stranieri dagli strani costumi selvaggi, insieme, vostro malgrado ad un altro straniero, o forse peggio, ad un nemico.

In quei lunghi istanti i vostri begli occhi mi hanno rubato il cuore e la volontà, e sono diventato, io che ho, per mestiere e per implacabile determinazione dell’anima, sempre combattuto contro la schiavitù di chicchessia, son diventato per sempre un vostro servo fedele.

Quando per brevi attimi, nella veranda che dava nel giardino, nascosto come il ragazzo discolo che sono pure stato, io, a cinquant’anni passati non ho potuto frenarmi dal frugare sotto i vestiti sottili per sentire la vostra carne, per pochi istanti soltanto, avida mi era parsa, ed ebbra, come la mia. E’ stato lieve il vostro morso sulla mia mano, ma il segno cha ha lasciato non lo avrebbero fatto i denti di una pantera.

Poi il signore vostro marito ha osato fare una colpa a voi di quello che a me rimarrà come il ricordo più bello. A voi. Se avesse schiaffeggiato me forse lo avrei ucciso, ma, più probabilmente sarei restato fermo. Ma toccare voi, quel-lo non doveva farlo. E con voi, con voi sola, mi scuso del mio feroce comporta-mento che ha sconvolto la vostra casa.

Sono partito dal porto di Riu Kiu con la mia nave, signora, alla prima marea del giorno dopo: per dovere ed anche perché avevo intuito che una ulteriore sosta avrebbe lacerato i resti della mia volontà di uomo che mai aveva prima mancato ai suoi compiti. Non nella Città Eterna, dianzi alle schiere francesi e non sulla piana di Calatafimi, quando il fuoco nemico falciava i miei compagni più cari. Non nel Parlamento del Regno d’Italia, dove mai ho mancato alla mia parola, né con gli amici e neppure con gli avversari. Ma voi, signora, con la vostra straziante, malinconica bellezza avete indotto nei miei sogni il concetto della fuga dal mondo per rifugiarmi, insieme a voi, soli noi due, lontano dalla realtà amara della fatica e dei doveri verso gli altri.

Sono fuggito da questa soluzione, che sarebbe stata l’antitesi della mia vita, ma signora, la mia fuga è stata breve. Ho scaricato il carbone a Saigon e sono andato a Surabaya dove, sulla mia nave, insieme al carico di soldati e di armi, è salita anche la morte.

Il commissario di bordo signor Lombardi, che ha raccolto le mie ultime volontà, ha l’incarico di consegnarvi questa mia lettera che mi è altrettanto cara di quella che ho scritto ai figli miei.

Sto morendo di colera, nella baia di Atchin, con la consapevolezza di aver sfiorato per il merito vostro, la passione. Che è più dolorosa quando se ne teme la perdita e più dispensatrice di felicità quando si sente vicina, quella passione che è più grande della vita stessa.

Quella poca forza che mi resta, sappiate signora, che è dovuta solo alla mia passione per voi.

Mi consola pensare alla morte come al mio corpo che sparisce, si annulla, pene-tra nel biancore delle vostre carni, ingoiato in umidità soltanto sognate, oscurità che mi avvolge, materna e buona, e mi dà la pace.

Vi prego di perdonare se troverete le mie frasi sconnesse o offensive. Ho altissima febbre e il signor Lombardi si è impegnato a scrivere le mie ultime volontà. So che non ne farà censura alcuna.

Vi ho amato per così brevi ore, e così poche sento che mi restano da vivere che ho bisogno di esprimere tutto con la massima intensità.

Credetemi, signora, mai avevo pensato in questi termini nei riguardi di una donna; la mia amata Patria; sì, anche la moglie, poi, ed i figlioli.

Mai però questo brivido della carne e dell’anima, insieme, che così tanto ha a che fare con la vita e con la morte. L’amore.

Vi saluto, mia amata, e cerco, in questa nebbia che comincia ad avvolgermi, con questo freddo che sento assurdo qui, sulla linea dell’Equatore, provo ad immaginarmi che questo passaggio è solo un salto in un’altra vita, dove, spero, vi troverò felice, libera e ugualmente appassionata.

addio

Gerolamo (Nino) Bixio

P.S.

Vi prego, fate in modo che nessun altro legga queste mie ultime parole.


REMO RAPINO

Solet hora, quod multi anni abstulerunt, reddere

(Di solito un momento restituisce ciò che molti anni hanno tolto)

Publilio Sirio, Sententiae, 26.

¡Hola! Andrea, ragazzo dai capelli cespuglio. ¿Que pasa?

Non stupirti di queste parole, più tue che mie in fondo. Prendile come gocce di una pioggia d’estate e poi considera come queste appartengano non più di tanto alle nuvole da cui son venute a bagnare la terra. La terra si bagna, beve e ride. Spero sia così anche per noi, qualche volta. Quando avevo i tuoi anni immaginavo con ansia il giorno in cui tu avresti avuto gli stessi miei vent’anni. Andare insieme lungo i viali sfiorandosi le spalle come marinai, parlare delle storie del mondo come soldati tornati dal fronte d’una guerra incompresa, infine dalla riva guardare la curva larga del mare, senza fare: questo ed altro ancora mi sarabandava nel cuore. Quel giorno è venuto, non è stato come pensavo. Ma è stata, comunque, una bella illusione, un volo incerto d’aquilone. Vent’anni di differenza non sono pochi, a pensarli tutti. Del resto le parole sono un segmento minimo rispetto al dicibile: non sarebbero mai bastate per dirci quanto avremmo voluto. Ma adesso so. Ho letto i tuoi racconti e ora capisco come tu in parole traduca le ombre dei tuoi silenzi. Mi piace pensarti chino sui fogli, la penna indecisa tra il mento e la bocca, a cercare il senso del mondo che dentro ti cresce e si sgrana. E mi piace pensarti a pensarmi pur nel tempo d’un lampo, dentro l’idea che scrivendo tu in fondo mi scriva, che quelle storie siano un po’ tue ed un po’ mie, e che trovi, alla fine, una dedica, pure banale, tipo “A mio padre che mi pensa a pensarlo”.

Non ridere se conservo ancora qualcuno di quei tuoi quaderni dalla copertina nera e ruvida. Foglio dopo foglio ti facevi grande nel verde di quei giorni; oggi i fotogrammi della memoria fissano il tempo, ogni tempo, nella riproduzione dolorosa di quanto già stato, e scorrono immagini, e così m’appari ancora nel tuo ondeggiare guascone dopo la doccia far colazione a corpo bagnato con perle d’acqua sulla fronte, a conferma dell’incoscienza degli anni, e sento, di nuovo, dalla mia bocca guizzare un inutile “Asciugaticristo!”, e ti rivedo seduto al tavolo del tuo mondo sfogliare poesie clandestine di Palestina, intento all’ascolto di Van Loon di Guccini e cantarne, stonato, il finale.

E guardando le tue spalle avviarsi per strade non mie mi vedo indifeso, a giochi già fatti, avverto l’assenza degli angeli e il peso di un cielo indaco e basso: una scossa dentro da abbaiare alla luna, come un cane matto. E’ la vita, si dice, ma non meravigli (tu almeno non farlo, ti prego) questo mio struggicuore autunnale: noi rondini su sbreghi di nuvole che s’allontanano in un filato appena di vento.

Per questo mi piacerebbe incontrarti per caso, un giorno o l’altro, stare insieme proprio come rondini che si riposano sui fili alti della luce ed a bassa voce parlare dei sogni che ci dividono. Scrivo così come viene, una mano e cento pensieri, quasi a voler dileguare ogni pudore anche se i capelli cominciano ad imbiancare, il cuore s’incapriccia e mi ritrovo a guardare sempre più la linea sottile dell’orizzonte, senza saperne il perché. Ed ogni volta mi pare di vedere qualcosa tra il cielo e gli alberi, come un tormento, uno squaglio di ricordi. In questo istante, proprio ora, per sentire di nuovo la tua voce acerba strologare madonne d’insofferenza ti permetterei ancora di pisciare sui libri o rompere cristalli, come quando avevi tre anni.

O quattro? Ma non ti sgriderei più. A passi magri, non neghiamolo, consumiamo la stessa strada, tu con le mani in tasca, io senza ali, ma i nostri sono anni di confine, più di quando – ricordi? – mi vedevi tornare tra i bagagli chiari della neve da paesi minuti con un libro spaginato sotto il braccio e qualche uovo fresco avvolto nel giornale.

Non erano paure ma stanchezza e fango a vietarci la voce fino a sera, ma poi nel gioco la casa mutava le erbose pianure, io cavallo tu Geronimo, ed ai canti di guerra sobbalzava tua madre, e scuoteva la testa con rassegnazione, piano. Ma era solo un gesto d’amore: dentro, ti giuro, rideva. Come nessuno ha riso mai. Ricordo tutti i momenti in cui si stava aggrovigliati, noi rovesciati sul divano quasi fosse una culla ed io ti chiamavo ragazzo dai capelli cespuglio per via di quella matassa che t’infiorava la testa. A te piaceva, e ti aprivi di nasco-sto al sorriso, e sul viso ti venivano due fossette ballerine. Era bello affondarci le mani in quel garbuglio crinito. Il resto era silenzio. Come quella volta che se ne andò il nonno ed io mi trovai a dividere con te, più ombroso del solito, quell’ora consumata tra le pieghe di una memoria che scioglieva la creta rossa del cuore. E sottovoce m’infilavo di straforo nella tua anima a quattro zampe, stralunando parole, e le braccia come ali serrate a chiudere il volo, a tenere nel palmo il sapore buono della terra e del grano. La sera taceva, una pace di stelle, e io ti dicevo che quanto alla fine rimane è come l’eco d’un canto che sfuma, e che pure conta qualcosa: “Così la morte, ragazzo mio, non un grido né bruciore, ma rumore di foglia caduta”. Poi ci abbracciammo per un tempo fuori da ogni tempo. Ma oggi è un’altra stagione.

Vorrei dirti tutto e tutto d’un fiato. Invece dovrei togliere dalla mente questi pezzi di cuore ancora in cammino, portarli in soffitta, e amen. Ma devo pur dire, spiegare: quando sei andato via con quel gesto di rondine furiosa che ha voglia di sud, basilico e sole, m’hai morso fin dentro, con quelle macchie di parole lasciate sul muro giallo di fumo, forse perché potessi leggerle e pretendere dal tuo avaro di bocca uno “scusami” su misura nel caso di un tuo proba-bile ritorno. Avrei preferito l’inganno di un lungo viaggio, di quelli incerti, che si fanno una volta nella vita, in Oriente o in Argentina, e che, alla fine, ti danno il gusto dei passi a ritroso verso le cose di sempre.

Come questa sedia di paglia dove aspetto, io straccio d’ossa con la mia carne, mia tra i tuoi denti forti. In questo lento sfumare di luce non posso far altro che raccogliere, nell’attimo di un battito d’ali, il senso degli anni ed offrirlo su trasparenze di carta ad un figlio lontano, rondine nella voliera neon e cemento di geometriche città di pianura, in quel taglio di terra che dicono nord-est. Poi, a cuore lento, aspettare risposte comuni, guardando le vie del mondo da un balcone banale come un balcone. E’ quello che ho fatto per anni. E’ quello che faccio, e nessuno del cortile di casa che sappia. Ma un cuore lento non può far male, è quiete con le sue spine, con le sue rose: è come un libro, poche parole, un bagliore sull’ultima pagina, e un nuovo luogo da decifrare. Abbi cura di te, e asciugati i capelli dopo la doccia. Ti voglio bene, un mare. Siamo vivi: non credi che sia importante? Potremmo incontrarci, una volta o l’altra, in qualche crocevia del mondo, in un cinema o alla muta fermata d’un tram. In ogni caso è d’oro la luce del tramonto. T’abbraccio, ragazzo cespuglio, e ti stringo forte la mano. Come tra uomini liberi.

Tuo padre.


FEDERICA DEPAOLIS

Cecilia, io so di te quello che tu sai di me, che è tutto oppure niente. So di quella tua stanzetta ingarbugliata dove si cammina macinando calze e cianfrusaglie e le ore vanno lente lente, oltre tetti polverosi e grondaie sdentate, le uniche che si vedono in paese. Sempre uguale, vero, a star lì dietro il fiato fa una macchia e piano piano il paese va via e siamo nel nostro bosco di corvi che svolazzano in alto, oltre la tenda dei rami più fitti. Vorrei incontrarti proprio lì, con il tuo vestito verde delle feste che sembri una fata, i capelli raccolti appuntati con un fiore di carta e la collana barbara che tintinna e dice che sei tu quella che arriva scendendo il sentiero di foglie bagnate, gli occhi ti scintillano. Sarai tu e nessun’altra, perchè i cespugli s’abbassano e ti fanno strada per passare, i ciuffi verdi si aprono e le spine non riescono nemmeno a sfiorarti la pelle, tanto corri rapita, e cammini con tutti i veli che s’aprono dietro, come morbide code, come scie che si perdono. Lo sai, bella Cecilia, che io vivo lontano, che qui è sempre caldo e bagnato e le sere scendono, viene il coprifuoco e le vie sono fatte di fantasmi. E’ caldo, sì, i papaveri sui cigli dei fossi stanno ben dritti, e quegli alberi che non esistono più, le acacie, i tigli, gli ontani, tutti insieme si aprono e parlano, li senti sussurrare, mormorare, covano nel vento i loro discorsi d’amore, si sciolgono, si piegano, si mescolano. Ah, Cecilia, sono un povero vecchio distratto! E sentimentale, anche, un bambino vecchissimo che vorrebbe sdraiarsi al sole su una stuoia grezza, per ricordarsi di una cosa bella, una sola, ricordarla tristemente fino a che non è buio e poi sparire, con gli uccelli marini e il rumore della risacca intorno. La cosa bella saresti tu, è facile. Ti immagino a sedere su un panchettino, al fresco, tutta sola. Una scarpa sì e una no, ti fa male perché il laccio era troppo stretto e allora ti guardi e ti riguardi il piede, piccolo da giapponesina, e dici che fa caldo e hai sete, ti berresti la luna che sembra un’arancia, così grande, così paurosa con i vuoti maculati, con i buchi e i crateri che si vedono a occhio nudo. E poi deve esserci anche un muro, basso e infestato, in modo che tu possa guardare oltre, vesro la campagna asciutta e le bianche piste polverose che digradano, con tutte quelle case abbandonate e diroccate che sembrano streghe nere, streghe buone con la gobba e un occhio cieco. Sorridi, Cecilia, se sorridi sei più bella. Dico tutte queste cose insensate e pazze che mi fanno bene, ora che mi sento un vecchio, ho voglia di raccontarti le novelle, di metterti a letto e dirti di star buobna e fare grandi sogni. Se tu potessi sentirlo, il valzer lento, il grammofono suona un valzer lento. Io lo chiamerei con un nome di fiore, di quelli più strani, che non si trovano al mercato, che non si vedono tutti i giorni. Questa musica ha un colore, come dicevi sempre tu. Ma non me lo hai mai detto che colore, io dico bianco, tu dirai verde, la sento verde, la voglio verde. L’essenziale è che sia immensa, come questo valzer che suona. Potrei portarti a ballare, tutti direbbero che ti ho trovata in un libro di favole, che sei una di quelle figurine ritagliate sull’album di scuola: troppi riccioli, troppo lunghi e biondi. E assorta, sempre intenta a romperti il capo su una sciocchezza, con gli occhioni sgranati e la mano sulla bocca, come se tutto lo scoprissi lì per lì, come se non avessi mai visto nulla e fossi lo stesso contenta. Le bande, Cecilia, quelle ti piacciono, lo so. Bande paesane fragorose, disordinate, piene di piatti e grancasse. Per uniforme, un cappello a punta con un pennacchio, un panciotto d’oro coi bottoni rotondi e stivaletti rossi. Ma qui ho soltanto un valzer, un immanso valzer lento e devo stare tutto teso per sentire la musica in punta di piedi. Per cui, se vuoi, balliamo signorina Cecilia. O forse non così, vediamo, qualcosa tipo – conceda bellissima creatura a questo povero, bianco signore di prenderla per mano e condurla fino al mare. Mettiti quello verde, il vestito che dietro sembra avere le ali, se c’è vento potresti essere una fata Cecilia. Non ridere o piuttosto ridi, perché sarai ancora più bella, senza più quell’aria imbambolata ed esterrefatta con cui ti avvicini alle cose. Io vado incontro alla notte, ma tu resta. Fai finta d’essere davvero al ballo, il primo che vedesti, all’inizio hai paura e tremi per quel passo che non ti riesce ma poi ci arrivi, proprio in mezzo alla pista e cominci a ninnarti, un giro, due giri, i riccioli sono un ventaglio, la gonna è una ruota che manda odor di basilico e menta, Cecilia, davvero profumi così, di erbe verdi, di salvia e rosmarino. Fai finta che non c’è nessuno, accomoda il tuo passo sul mio e butta indietro i capelli, ora possiamo ballare. Il grammofono suona nostalgia, suona tutti i dispiaceri e sul valzer noi andiamo, le mani ben salde, dritta sulla vita, lo vedi, ti accompagno, uno, due giri, i riccioli sventolano, gli angeli volano, i gatti ci guardano e la notte è lunghissima, una notte fiabesca e scontrosa, l’ho trovata dentro a un pozzo. Se vuoi balliamo, signorina, sotto la nostra luna aranciata, l’ultimo valzer marino e boscoso, un valzer lento che precipita, un valzer che va troppo forte e ci fa correre avanti nel tempo, tu diventi bianca e vecchia ma balli lo stesso e ascolti lo stesso e ti perdi lo stesso cercando gli anelli nel bosco e con la mano rugosa sulla bocca t’addormenti dicendo – brillano, come brillano.


GIORGIO GAZZOLO

Dovevamo invecchiare assieme. Ricordi? Come un tacito patto, una silenziosa intesa alla quale tu sembravi aver dato risposta, malgrado certi tuoi esuberanti scoppi di gioia. Era normale così, che tu ed io lentamente ci accorgessimo del sopraggiunto peso dell’esistenza, ci rendessimo conto assieme della necessità d’essere prudenti. Così avevo pensato. Oh non la mia e la tua decadenza, non certo il totale abbattimento, l’anchilosi, la ruggine, l’artrosi e tutti gli altri inconvenienti dell’età, no… io serenamente prevedevo un parallelo approdo nel porto della quiete, della vissuta maturità, del riposo; mi comprendi? Il quieto chiacchierare… i ricordi…

Invece no. Tu brilli ancora, guizzi di instancabile gioventù, rispondi con la prontezza di sempre, scatti verso lontananze che io non misuro più con l’incoscienza dell’età in cui tutto sembra possibile…

Ricordi quando ci siamo visti la prima volta? Io avevo trentacinque anni e tu, forse, lo stesso. Ma non li dimostravi! Forse quella tua elegantissima aria inglese (sei davvero nata a Southampton?) ti faceva ancora più bella. Non appena ti ho incontrata ho pensato che saresti stata mia, mia e di nessun altro, mia da quel giorno in poi, per sempre, e così è accaduto. Tu non ricorderai, ma io ho ancora in bocca il gusto di un calice di prosecco che concluse in segno di buon augurio quella stupenda mattina. Sul lungomare erano fioriti gli alberi di mimosa; un delicato sole di febbraio; la giornata migliore per quella prima nostra passeggiata insieme. Io esitavo; credo che tu abbia capito la mia emozione, che tu abbia sentito le mie mani tremare un poco… E tu? Tu fantastica, apparentemente docile… forse proprio per quietare quella mia emozione, quel tremito che mi faceva apparire maldestro, mentre avrei desiderato che tutti ci vedessero, che ci notassero, che mi invidiassero mentre con te mi esibivo in quella periferia così giusta per due innamorati, piena di gente uscita a godersi il tepore di una prossima primavera… Ma l’emozione cancellò senza dubbio quel minimo di spavalderia che occorreva per poter comparire accanto a una come te, splendida, in quel gioco di luci pulite e ombre fresche.

Vidi, pur avendo passati i trentacinque anni, io allora mi sentivo giovane, ardimentoso, fiero di avere con me una stupenda straniera, volitiva e imprudente, insolita e flessuosa; con te mi sentivo ammirato e giovane, capace di raggiungere qualunque meta. Ma questa tumultuosa felicità non è durata poi sempre; questo stato d’animo ispirato sia dalla gioia quasi infantile di possederti, sia da una giornata luminosa, non poteva durare all’infinito. Così ho cominciato molto presto a pensare che sarebbe stato bello, bellissimo invecchiare assieme, e devo avertelo chiesto. Ho preso a credere nella poesia di un comune vincolo che il passare degli anni avrebbe creato fra noi due. E invece…

Guarda, io non ti rimprovero nulla; anzi, mi lusinga il fatto che tu riesca a mantenerti bella, slanciata, giovane e perfetta come un tempo… Quanti anni sono passati? Venti mia cara, esattamente venti. E non più tardi di ieri mattina siamo stati assieme, nuovamente nella nostra passeggiata, lungo il mare. Non ci sono più le mimose, sono state sostituite – chissà perché – da pale e alberi di olivo; ma si tratta sempre di un paradiso. E tu? Oh, non vorrei che tu mi fraintendessi, che mi giudicassi troppo esigente… no, semmai un inguaribile romantico, ecco quello che si potrebbe dire di me; anzi – te lo confesso – quello che gli amici dicono di noi due, è… vuoi saperlo? Beh, dicono che siamo esagerati. Che io ti vezzeggio troppo, che dimentico il resto, che stravedo per te come se fosse sempre il primo giorno…

Ora comprendimi, così stanno le cose. Ti pare questo dunque il mio desiderio? Quando avrò sessant’anni – e ormai manca poco – tu, tu come ti comporterai con me? So benissimo che il maschio tende ad invecchiare prima… Da anni ho un certo pensiero: dovresti ricordare la fotografia grande che io tengo in garage, proprio sopra il banco dei ferri. Sai bene chi è. Io da lui ho ereditato la passione per la meccanica… Lui – mio padre – passava le sue ore migliori proprio in questo garage, lucidando cromature, avvitando, fresando… Beh, lo sai, quest’uomo meraviglioso è morto appena sessantacinquenne; era invecchiato presto, troppo presto. Nemmeno io sarò longevo… sento già qualcosa irrigidirsi nelle vertebre del collo. Per questo ho comperato quel nuovo giaccone e porto sempre una sciarpa, fin quasi nell’estate… Non mi dire che non ti eri accorta di questo!

°°°

Sono passati altri anni. Io – credimi – ti amo come il primo giorno. Quello che sto per fare non ti sembri dunque un tradimento, e meno ancora una crudeltà nei tuoi confronti… No, non è questo. Ciò che mi ha deciso a questo passo estremo è da un lato la mia anche troppo evidente vecchiaia e dall’altro la tua incredibile giovinezza. Tu non hai proprio voluto invecchiare con me… anche se la natura lo avrebbe imposto con la sua legge inesorabile.

Ho fatto in modo di non averti sott’occhio mentre telefonavo; non è che volessi tenerti all’oscuro dei miei progetti, solo temevo che non avrei saputo decidermi, se ti vedevo. Non crederai che sia stato facile per me! Al telefono la voce mi sembrava quella di uno piuttosto giovenca; ah ma non pensare ad uno dei goffi ragazzetti che si vedono sfrecciare in giro con i loro crepitanti motorini, e nemmeno un ricco bullo già proprietario di qualche grossolana e pericolosa maximoto giapponese.

Ho la gola stranamente asciutta; vorrei bere qualcosa, ma non mi sento di risalire in casa, preferisco aspettare qui, nel garage. Verrà qui qualcuno che – spero – apprezzerà la tua antica grazia; vorrei dire l’aristocratica linea di una vecchia signora inglese, ma tu vecchia non sei e non sarai mai. Speriamo che il tuo nuovo proprietario sia all’altezza. Io ho esordito così: “Avrei una Norton, sì, mi potrebbe anche interessare…” Quando ho pronunciato il tuo nobile nome “Norton” mi sembrava che lui sapesse di cosa si trattava… Allora – dovevo pur farlo – gli ho assicurato che tutti i pezzi sono originali; il tuo carburatore è un gioiello, le tue marmitte scintillano e la vernice non ha scalfittura.

Sarà sciocco, ma sono in ansia. Sul prezzo – il cosiddetto prezzo da amatore – quel tipo mi sembrava d’accordo… quindi è probabile che l’affare si concluda. So che dovevo farlo, ma non sono contento, no: quello che non sopporto è l’idea di non vederti più, di non potermi più occupare di te…


LUCA ANTONELLI

…ho scelto di scrivere, semplicemente, quello che stringo dentro.

Così, con un foglio di carta quasi per non disturbare! Come questa notte, la pioggia scende a lavare i ricordi

a dissetarli

ed è lì tra le cose senza farti bene pensare ad un perché, un motivo che mai come adesso sembra tanto superfluo e lontano. Potresti rimanere a morirne di logica una vita intera. Ma non serve, non è questo l’importante.

Le rose non stanno mica a rimirarsi dentro petali di purpureo imbarazzo! Nascono di bellezza, mia dolce! – a te che pensavi avessero semplici radici nella terra – .

E’ chiaro!

ti mena gli occhi di meravigliosa grandezza. Un sorriso, una insolita ebbrezza fatta di tremore

improvviso netto

il sole,

il sole caduto nel viso dinanzi al guardare, una forma dorata, sinuosa si muove tra gente vestita di presenza.

Attimi in cui mille parole non potrebbero neanche scalfire quello che conservi nel cuore

forte

e di questo nessuno può rubarci.

Sembra strano o forse troppo facile a dirlo, ma a volte ci si rende conto di quello che non si ha soltanto quando lo si è perso per strada. Lo schiacciamo a terra e magari con una scusa incerta e confusa perché tutto quello di cui abbiamo bisogno è solo una giustificazione, e poi passano anche anni e ti ritrovi seduto sull’autobus tra i volti stranieri della gente a fingere di parlare con frasi meccaniche e spoglie e d’improvviso ti trovi in un vortice di colori e di odori che non riesci più a capire ed ogni cosa, anche la più comune, trascina con se nostalgia.

E avrei solo voglia di stare davanti ai tuoi occhi

E parlargli.

Raccontare per ore ed ore.

Con i tuoi occhi.

Di nascosto, tra la gente. Quando la sera inizia a fermentare nelle menti.

Sale dentro il cervello

Dove i momenti possono durare anni.

Giochi di sguardi, di silenzi.

Tra l’alba che scoppia in cuore,

le labbra

dolci di umido

l’estasi

di restare chiusi per un attimo nel buio delle ciglia

per dire

sussurrarsi l’amore

l’anima.

Non ho mai saputo cosa fosse ma in un certo senso era come se fossi rimasto lì. Era come se una parte di me fosse ancora su quella panchina. Seduto con il silenzio attorno ad aspettare.

Da quel momento al per sempre.


OLGA GAZZETTO BERNARDELLO

7 Settembre 2002

18° Compleanno

Rama carissima,

rubo un fazzoletto di cielo dalla tasca del giardino, sventolio di saluti all’aereo che passa a bassa quota. Una nube di tramonto lo inghiotte. Prepotente è il respiro di raggiungerti. In questa filigrana di luce tra le foglie, il martellare del cuore, diventa parole, penna, lettera.

Un altro aereo te la porterà. Le sue ali d’acciaio impiegheranno una mano di giorni, la lettura qualche minuto. Ogni riga, come il filo del tuo sari, tesse un Amore senza distanza.

Di te raccontano le foto che il bravo Missionario amichevolmente ci invia.

Avevi sette anni, quel giorno che sei nata per noi. Gli occhi umidi, il bastone di bambù come sostegno – quasi pastorale -, l’orlo del vestito allungato. Accanto paternamente rassicurante il Missionario.. Di te non ho avuto carezze, parole. Non ho conosciuto i sogni. Ho immaginato i sospiri. Bello il tuo viso, al ricambio di petali d’anni, non sorride. Lo sfioro appena con i polpastrelli umidi vestendoti di carezze. Spesso la mente, come cerchio formato dal sasso sull’acqua, s’allunga oltre le brume recepibili e ti raggiunge nell’abbraccio materno. Eppure non conosco se il sorgere nella tua Nalgonda, abbia la meraviglia della rugiada incandescente o fitte fasciature nebbiose. Non so a quale Dio il tuo cuore si rivolga o la puja a quale divinità sia offerta. Sento intimamente miei, gli angoli dove immagino ti rifugi, quando gli altri corrono, giocano, danzano, amoreggiano. Sono insicure le tue gambe. Solo i tuoi occhi sono come foglie di baniano mosse dal vento.

Nel rotolo dei tuoi 18 anni, è segnalibro la casta – paria -, le privazioni per il sigillo della polio, per le attese del monsone sulla risaia, inevitabilmente perduta, e per uomini/cavallo rinsecchiti a trainare risciò per poche rupie.

Volto dopo volto, sei donna. In mano un bouquet di fiori. Timoroso il tuo primo sorriso, così dono per noi. Come sei bella cara Rama!

La Missionarietà che spezza il pane, la stessa vita, ci porta questo intenso aroma di te, altissime vette d’emozione per la grafia minuta e particolare, i disegni ancora innocenti di sogni, le parole di figlia, il buon risultato negli studi. All’unico pozzo di Nalgonda – pozzo di Sicar -, ora attingi il tuo viso e senti speranza nella giovinezza che ti colma.

Abbraccio il foglio, irruente tenerezza che non sgualcisce, folle corsa di battiti oltre ogni confine. E il bacio sulla tua pelle cielo/notte.

Mi è accanto Giuseppe: teneramente ti ha desiderata e con altrettanta tenerezza, in silenzio di pudore, si commuove.

Buon Compleanno Rama carissima. Un altro sguardo ancora a te, oltre le parole taciute, ma che senti e raccogli come riso per il tuo nutrimento.

Buona vita Rama. Nonostante tutto, la vita è buona.

Al prossimo volo. Su ali di cuore. Battiti d’Auguri!

I tuoi genitori a distanza


ROBERTO ACERRA

Ciao,

mi chiamo Sergio, ho diciotto anni (sono dell’ariete), lavoro al bowling di Bagno Romagna, credevo di amare Simona poi Simona ha sposato Lorenzo, io non credo di amarla più. Non quanto prima, almeno.

Il Silver Bull, il bowling dove lavoro, non è semplicemente un bowling. Abbiamo anche i videogame e i tavoli da biliardo e da ping pong e poi c’è il bar coi tavoli e la musica che sembra di essere in discoteca e al sabato c’è anche il drive-in: Ti piacciono i pop-corn?

Simo è una stronza. Non è l’unica che conosco ma le stronze è la più stronza.

Una volta anni fa eravamo al mare, c’erano le onde lei cadde su di me e ci toccammo. Lei mi guardò, tenne la mano proprio lì per diversi secondi, sorrise. Mi si fece duro, deve averlo sentito. Poi arrivò mio cugino in acqua col pallone, lei tolse la mano come niente fosse. Giocammo a pallavolo, io risalii presto, mi stesi sull’asciugamani a pancia in gù.

Continuarono a giocare, a schizzarsi, a ridere. A lungo.

Al martedì siamo chiusi. Nel week-end si finisce di lavorare anche alle quattro, le cinque. Una vita così ti butta un po’ via. Ma non mi lamento. Sono giovane, ho una vita davanti a me, studiare non mi è mai piaciuto tanto. Allora vai a lavorare disse mio padre. Il bowling era perfetto ci venivo sempre già prima.

Quando rincaso che già albeggia infilo quel che c’è nel microonde. Se è presto accendo la Play metto su NBA2001.

A metà stagione sono settimo coi Lakers…

Poi m’infilo a letto prendo il telecomando ti cerco.

Non ricordo la prima volta che t’ho vista. So soltanto che eri bellissima e ho pensato che eri la donna perfetta. Stavi in mezzo ad altre sul bordo di una piscina, sorridevi. I piedi nell’acqua. Da allora la prima immagine che ho di te è sempre quella. C’è una cosa tipo Sting in sottofondo e numeri di telefono lampeggiano sullo schermo. Io lo so che quei numeri servono a fotterti sulla bolletta e non chiamo.

Ti guardo bevendo una coca mi chiedo perché non sono lì con te.

Io quando guardo una donna mi viene direi naturale immaginarmela nuda. Avrà i capezzoli grandi e scuri? Ce l’avrà depilata o folta? E il culo, si terrà così elastico naturalmente o è merito di quel collant strizzachiappe?

A te invece ti ho sempre vista sul bordo della piscina che ti togli l’ultimo nastrino di bikini e poi una delle tue amiche con due tette così ti spalma la crema e ti fa quelle altre cose.

Insomma, mi viene da chiedermi come saresti carina in tuta da jogging oppure in tailleur e tacchi alti mentre sei seduta in autobus.

Ti immagino sul bordo della pista che ti pieghi a lasciare la palla e fai uno strike della madonna.

Poi ti avvicini sorridente e mi baci.

I Lakers sono una squadra di Los Angeles, ci sono anche i Clippers di Los Angeles ma i Lakers gli spezzano le ossa a quelli lì. A Los Angeles non ci sono ancora mai stato e quando ci andrò credo mi comprerò un guardaroba di cose.

Devo comprare anche dei dischi rap ad Ermanno che mette sempre i Public Enemy fa l’espressione da duro dice “Eminem a me mi fa una pippa”.

Magari ci verrai con me, a Los Angeles…

E’ vero tui non mi conosci ma questo credo sia un particolare. A noi piace fare le stesse cose ne sono sicuro, ho registrato il tuo video su una cassetta e ti guardo appena torno a casa, ti guardo più peccato che il video duri solo cinque minuti. Certo mi piacciono anche le tue amiche che stanno con te sul bordo della piscina e sono tutte nude ma tu hai qualcosa di speciale qualcosa come un pugno nello stomaco quando ti guardo.

Mio fratello Ermanno dice che l’amore è come un calcio nelle palle. Io mi sento come se avessi la febbre quando ti guardo e poi ti sogno ed è come se sentissi il profumo della tua pelle. Ieri ho sognato che uscivi dalla mia torta di compleanno a mia madre veniva un colpo ma poi si vedeva che erano tutti contenti e fieri che eri la mia ragazza. C’era anche Simona che scoppiava a piangere e cercava di baciarmi io le dicevo vattene poi correvo ad abbracciarti.

Magari sei ricca e vivi in una grande casa, allora posso prendere la mia roba e trasferirmi da te. C’è un bowling lì dove vivi? Non mi piacerebbe che tu andassi a lavorare ed io rimarrei a casa a rigirarmi i pollici.

Ora devo chiudere questa lettera, devo andare. Non so nemmeno dove spedirtela forse chiamerò uno di quei numeri e chiederò di te.

Magari ci incontreremo sul bordo di una piscina ti farò le cose che ti fa la tua amica con le tette enormi.

Ti ho guardata bene e so che questo genere di cose ti fanno impazzire.

Baci, tuo

p.s. Mi spiace di aver detto che Simona è una stronza. Magari quella volta al mare non lo fece nemmeno apposta. Comunque da quel giorno la mia vita cambiò, non so nemmeno io dire in che modo. Fu come se avessi visto per la prima volta la luce del sole, come se avessi sentito l’odore della notte.

Io non credo che l’amore sia un calcio nelle palle.

E’ più come una schiacciata di Michael Jordan all’ultimo secondo della finale dell’NBA.

Magia, stramaledetta cazzutissima magia.


SARINA MONTELEONE

Vorrei incominciare questa lettera chiedendoti perdono.

Lo so che una buona lettera che si rispetti deve incominciare con quel famoso “Caro” carico di conformismo e povero di affetto, ma non mi va di incominciare questa unica lettera che ti ho mai scritto in questo modo…e forse…chissà! Forse questo è un altro motivo per cui dovrò chiederti perdono.

Dovrei chiederti perdono per tante cose: per tutte quelle volte che ho messo gli altri prima di te, per tutte quelle volte in cui mi ha chiesto di ascoltarti e io non l’ho fatto, per tutte quelle volte in cui mi ha chiesto di imparare ad amare prima che fosse stato troppo tardi ed io non l’ho fatto, per tutte quelle volte che mi ha chiesto di essere più egoista , per tutte quelle volte che mi ha chiesto di essere più altruista, per tutte quelle volte che mi hai chiesto di fermarmi.

Questa mia lettera vorrebbe essere una lettera d’amore, ma chi lo sa poi cos’è l’amore?! E chi lo sa poi se veramente ti amo?! Tu sei sempre stata un mistero per me. La mia vita è stata un lungo viaggio il cui unico scopo era quello di conoscerti. Ma adesso che questo mio lungo viaggio è arrivato quasi al termine, mi accorgo di non averti mai conosciuta.

Avrei tanto voluto imparare ad amarti nella maniera più giusta, ma stasera mentre mi guardavo allo specchio mi sono accorta di non essere mai riuscita a farlo. Ero in bagno e mentre guardavo il mio volto impallidito, ormai stanco di vivere ti ho intravisto: le tue labbra chiuse sembravano urlarmi ingiurie e accuse. Anche adesso, mentre scrivo mi sembra di vederti seduta sul divano proprio di fronte a me. Lo so che mi stai chiedendo di darti almeno una ragione. In fondo è a te che la devo dare e a nessun altro!

Ma io non ho tempo per darti delle spiegazioni: devo preparare tutto il necessario per farlo, e non ci devo pensare tanto altrimenti ritornerò in dietro come tutte le altre volte.

Lo so che stai pensando che non ti amo, che non ti ho mai amata, ma mi chiedo se tu hai mai amato me.

Forse io e te non ci siamo mai conosciute, mai incontrate. Se solo ti avessi conosciuta sono sicura che ti avrei amata: in fondo nella mia vita ho conosciuto persone peggiori di te e di me e le ho amate. Ma tu te ne stai là, seduta, con lo sguardo precipitato a terra e non mi parli. Tra noi due ci sono stati sempre questi mari sconfinati di silenzi, questi vuoti incolmabili riempiti a volte di immenso odio, a volte di immenso amore…ma le cose quando sono troppo grandi non esistono, esattamente come quando sono troppo piccole.

Vedi, adesso vorrei venire da te e spiegarti quanto ho cercato di amarti. Lo so: stai sorridendo di me. Ma non è facile amare, è facile provare delle emozioni senza forma, dei miseri raggi di luce che sembrano entrarti nella testa, bucarti il cervello e arrivare nei luoghi più silenziosi e più folli della tua anima. Solo in quei momenti forse ti ho amato e l’ho fatto nell’unico modo in cui si può amare: pensando di farlo totalmente! In quei momenti sarei rimasta sdraiata sul letto ad inventare i versi più belli per te…avrei parlato del tuo aspetto, di quel meraviglioso aspetto che immaginavo ma che non vedevo, di quel corpo rivestito di grazia che sentivo mio fino in fondo, di quella soave voce che non ho mai sentito, di quelle melodiose canzoni che non mi hai mai dedicato. Hai mai pensato, mia dolce creatura, a quanto sia semplice inventare gli amori e a quanto sia difficile viverli? Ed io…oh! Mia cara sarei stata capace di inventarti nel modo più bello possibile…avrei descritto i nostri baci lunghi e sensuali, avrei descritto il modo in cui mi amavi, il modo in cui mi mancavi quando non c’eri, avrei descritto la nostra casa riempita di oro e di gioielli perché per due vecchie, egoiste, perverse come noi niente può riempire più dei soldi! In fondo solo chi è nato ricco può sognare di essere povero e noi due tesoro non siamo né ricche e né tanto meno ipocrite.

Pensa che bello sarebbe stato avere una casa tutta nostra! Una casa costruita attraverso il sudore degli altri e avuta attraverso la lettura di un testamento di un vecchio zio morto per chissà quale dramma e in chissà quale ospizio. Saremmo vissute lì dentro, nel puzzo di vecchio e di morto che solo una casa con i fantasmi può avere a ridere di quel vecchio zio mai conosciuto, di quella vecchia poltrona che ci aveva lasciato e che noi avremmo buttato al più presto: pace all’anima sua e ai suoi ricordi!

Ecco chi siamo noi, mia dolce creatura: delle stronze egoiste che vorrebbero illudere gli altri della loro bontà. E forse…forse solo per questo dovremmo vivere insieme e morire insieme.

Quante volte ho immaginato la nostra felicità, quante volte ho immaginato il tuo volto premuto contro il mio urlarmi la sua felicità.

Hai ragione tesoro! Hai ragione tu: avremmo fatto di tutto per essere felici. Se fosse stato necessario l’avremmo rubata ad altri la nostra felicità, l’avremmo strappata a morsi a chi ce la negava, l’avremmo rubata a chi ce la nascondeva e insieme avremmo brindato sulle macerie di quel nemico che era rimasto.

Ci saremmo sedute fuori, in giardino, nel giardino di quella vecchia casa , e avremmo brindato fino a notte tarda, poi ci saremmo sedute sotto quell’abete che un tempo era stato albero di natale e avremmo riso di quelle bimbe innocenti che un tempo fummo. Avremmo aspettato le prime luci del giorno e sapendo che la nostra fortuna era tale da impedirci di fare qualsiasi cosa saremmo andate a dormire. E sul letto ti avrei cantato le melodie più dolci per curare la tua insonnia. Niente! Nessun altro avrebbe avuto più valore!

E invece, nulla di tutto ciò si è realizzato! E a furia d’amare, mio dolce amore, ci siamo ritrovate sole. I miei occhi a furia di cercare si sono ritrovati ciechi, le mie orecchie a furia di ascoltare sono divenute sorde, la mia mente a furia di pensare sembra essersi addormentata e il mio cuore…oh il mio cuore! Il mio cuore a furia di amare si è riempito di odio, di rabbia. E adesso, adesso, vorrei solo essere acqua e vedermi inondare con il mio odio paesi, villaggi, città: starei ferma ad aspettare e riderei di quei corpi morti senza vita e inorridirei della mia malvagità. Niente mi potrebbe rendere più felice!

E invece, mio dolce amore, guarda cosa sto facendo! Se solo tu mi parlassi! Se solo tu venissi vicino a me e mi amassi! Se solo tu mi dicessi che non esiste ragione, che non esiste motivo del tuo amore! Se solo ti avvicinassi a me, e con me rimanessi ferma a guardare la finestra, a guardare la strada, a guardare le macchine e ad assaporare questo lungo attimo di silenzio.

In quel lungo attimo di silenzio capiremo di esistere, capiremo di amare. Io ti guarderei come mai ho guardato persona, guarderei i tuoi occhi e li sentirei gridarmi il tuo amore. In quel lungo attimo di silenzio non esisterebbe nessuno, solo noi due e il nostro amore.

E invece, mia dolce creatura, guarda cosa sto facendo! Guarda cosa sto per fare!

Presto tu non esisterai più e al tuo posto ci sarà solo il tuo, il mio, il nostro sangue.

Ho pensato tante volte a come farlo, ma mi è venuta in mente solo questa scena: tu sdraiata sul divano ed io che osservo i rivoli di sangue che dal tuo corpo arrivano fino al pavimento. Tu sdraiata ed io a guardarti e a pensare a quanto, ma proprio a quanto io ti ami.

Mio dolce amore è a te che ho scritto la mia ultima lettera d’amore. In questa mia vita vuota e sola ne ho scritte tante e nessuna è stata vera più di questa. Nella mia vita ho riempito pagine di parole colme d’amore, di versi che sembravano inseguire il vento per arrivare agli occhi della persona che amavo, ma non ho mai sentito nessuna parola e nessun verso come sento questi. È come se essi fossero vivi, come se essi fossero parte di me, del mio corpo, del mio stomaco.

Questi ultimi versi d’amore sono per te, per l’unica persona che non ho mai amato, ma che ho desiderato ardentemente amare.

Questa lettera è per te, per tutte quelle volte che mi ha chiesto di sedermi e di ascoltarti e non l’ho fatto, per tutte quelle volte che mi hai chiesto di non fare a pezzi i miei desideri per esaudire quelli degli altri e non ci sono riuscita, per tutte quelle volte che mi ha chiesto, mi hai supplicato di imparare ad amarti perché l’amore non può arrivare da nessuna parte se non ha un punto di partenza. E il mio amore è rimasto impantanato in un nucleo senza forma, in un attimo remoto della mia esistenza.

A te, all’unica persona che non ho mai amato: a me stessa!


ANGELO COCOZZA

Mia Cara,

erano le quattro del mattino quando mi sono svegliato perché avevo bisogno di te. Ti ho cercata per tutta la casa senza trovarti. Per la verità più che bisogno avevo desiderio di te. Un desiderio simile a quello che possono avere i polmoni in debito di ossigeno. Mi manchi proprio come l’aria anche se questa è l’unica cosa che non puoi darmi.

Eppure non riesco a fare a meno di te.

E anche quando mi rendo conto del male che mi fai, dopo l’affanno e la tosse che spuntano ogni qualvolta che non riesco a starti dietro, non ce la faccio a cacciarti via, lontano da me e per sempre. Tutte le volte che ho deciso di abbandonarti non sono riuscito a vivere che per poco senza di te. Volevo punirti per questo male che ricevo facendoti mancare l’unica cosa per cui ti fai stringere da me: la capacità che ho di infiammarti. So benissimo che è poca cosa in confronto a quello che tu dai a me, e magari chiunque può darti il calore di cui hai bisogno. Ma non allo stesso modo e con lo stesso rispetto che ti riservo io. E tu questo lo sai benissimo. Perché nessuno sarà mai capace di soddisfare le tue voglie come le soddisfo io, anche se sono le mie a prevalere, quando con dolcezza ti cerco con le labbra. Non puoi negare d’altronde la grazia con cui sono avvezzo a cingerti tra le mani per portarti fuori dal gruppo delle tue compagne che come te sono destinate a bruciarsi la vita, condannate da un destino infame a donare un unico piacere a chi come me, per ludico e pudico svago, non sa volere altro. Già pudico, proprio così e non lurido come in molti sostengono che sia. Mi condannano solo perché non riescono a comprendere la necessità che ho di te. Mi accusano di non avere rispetto per la vita degli altri. Ma loro non sanno quanto mi costa e mi costi e non solo dal lato economico. Sì perché c’è anche del sentimento nel desiderio che ho di te. Sarà vero che prendo il meglio di te solo perché sono disposto a pagare. Che riesco a portarti con me, come ieri sera a casa mia, mettendo mano al portafogli senza curarmi di niente e di nessuno e tanto meno della tua volontà. Ma se lo vuoi sapere in realtà non mi frega un accidente di quello che pensa la gente quando mi vede con te. Non è colpa mia se quello che cerco l’ho trovato solo in te o, come qualcuno con disprezzo e su un sorrisetto ipocrita accenna a: “un tipo come lei”. Sarai nata prima di me e con te il vizio che ti porti dietro e che magari è nato egli stesso prima di te, e allora? E’ colpa mia se ho cominciato a desiderarti da bambino forse per emulazione? E’ mia colpa se ti ho conosciuta quando altri ti avevano già trovata? Dov’è la mia colpa più grande? L’averti scelta come compagna, seppur saltuaria, o essere diventato tuo schiavo? Aver bisogno di te più volte al giorno e per questo condannato all’inferno in cui verso, adesso che non ti trovo? E’ forse un peccato mortale? E se anche fosse? Darei l’anima al diavolo per averti qui adesso con me. Sono ridotto uno straccio e questo sudore, che mi si è incollato addosso con il peso di un’armatura, non mi dà tregua. Ho deciso: scendo a cercarti, non ce la faccio più a rimanere qui chiuso come un leone nella gabbia. So dove cercarti e che quando ti troverò ti starai dando a qualcuno che come me è venuto da te per lo stesso motivo. Ach’egli pagherà quello che deve per averti e come tutti quelli che hanno bisogno di te bruceranno senza rispetto una parte di te.

Secondo dopo secondo divoreranno la tua anima fattasi incandescente per donare il piacere che ti chiedono. Faranno la fila e aspetteranno ciascuno il proprio turno prima di soddisfare la voglia di te. Verranno tutti attirati ed attratti come api dal miele dalla luce che ti illumina e che mette in mostra le tue grazie regali. Sì proprio come una regina, che sfila in una parata, avrai addosso gli occhi di tutti.

Come una regina sei anche protetta, curata e vigilata meglio che in una fortezza. Cinta dalla devozione di chi è posto alla tua sorveglianza, sei sicura come un diamante custodito in una cassaforte. Come tutte le notti saremo in pochi ad averti, gli stessi che di giorno non ti rinnegheranno, come è solita fare la maggioranza di coloro che temono farsi vedere in tua compagnia al cinema e al ristorante. Tuoi fedeli sudditi, pur di non rinunciare al vezzo della tua compagnia, ci schieriamo contro tutto e tutti al costo della vita. Ma adesso è venuto il mio turno. Non sto più nella pelle. Ti ho già avuta molte volte, ma ogni volta mi sembra sempre la prima. Sudo alle mani come un liceale alla prima esperienza. Faccio fatica a contare i soldi da dare al bestione che ti protegge. Come un dinosauro tira fuori la lingua per inghiottire la preda, così questa specie di tuo sorvegliante divora le mie banconote. Ma cosa fa? Dice che non basta? Ma… pezzo di ladro!… il prezzo è sempre lo stesso perché adesso vuoi più soldi? No, non sono io che ti ho dato di meno, sei tu che hai contato male. Non ci sono testimoni è vero, io sono l’ultimo e non c’è nessuno dopo di me. E allora? Ti decidi a darmela che mi spetta? Guarda che te le darei anche altri soldi, ma il fatto è che non ne ho più. Io lo so che te ne approfitti perché non posso fare a meno di lei, ma ti supplico solo per adesso fa che basti quello che ti ho dato. Magari riconta i soldi e vedi che ho ragione io. Allora?… ti decidi a darmela o ti devo prendere a pugni e calci maledetto distributore automatico di sigarette dei miei stivali.


GIUSEPPE PANTISANO

Mi querida,

c’è posta per te: sono Le ultime lettere di Jacopo Ortis, morto di dolore da sindrome Werteriana – Naturae clamat ab ipso vox tumulo. E questa è la mia Avvelenata. Mi odierai? Bene. Così, perlomeno, proverai un sentimento anche per me. Meglio questo dell’indifferenza e dell’oblio che abbiamo amato.

Chissà a quale fortunato scommettitore andranno i tuoi premi della prossima riffa di San Valentino.

Poi vistone i costumi e la beltade,/roder si sentì il cor d’ascosa lima/roder si sentì il core, e a poco a poco/

tutto infiammato d’amoroso fuoco.”

L’azzardo è un gioco strano, dove c’è chi rischia le fatiche di tutta una vita senza mai vincere niente e chi, in un batter di ciglia, siede in maestà accanto alla radiosa fortuna. L’amore è un’avventura folle e assurda come quella del giocatore dostoevskijano. E in questo siamo tutti colpevoli. Per correrti dietro ho abbandonato ai cardi e alle ortiche la tomba del padre mio, e per questo ora recito un rantoloso mea culpa. Per amore tuo ho tradito l’amicizia e il sangue che adesso si alleano con te nella mia proscrizione. L’amore è davvero una cosa meravigliosa nella sua imbecillità. Così come la meraviglia luminosa dell’inconosciuto ha il suo rovescio nel buiore fangoso delle cose scontate.

Tutti sono colpevoli di questo delitto: nessuno escluso. Ed io, come il Conte di Montecristo, voglio tornare sotto mentite spoglie per attuare la mia vendetta. Come il sulfureo Teach i suoi compagni di corsa, Gentlemanharry, Kalikojak, Long Ben e Roberts voglio portare il mio jolly Roger nei vostri porti tranquilli: così che sappiate – se mai sarete capaci di una coscienza – che vostra è la colpa della mia ira, che vostra è la responsabilità d’aver mutato un uomo buono e generoso in una bramosa lupa dantesca.

Quanti soldivuoi per lasciarmi in pace. Che prezzo si può ad un’esistenza in dissolvimento! Ed ora quale pace puoi reclamare per te: per te che hai ancora le mani lorde del mio sangue.

Perché ci si sente mendici e sporchi quando ci viene strappata la costola cui avevamo dato un nome ed un sembiante…?

Forse perché siamo stati gabellati e ce ne andiamo attorno ustolando come cani randagi che hanno perso il loro osso. Tu che ti credevi un uomo, un’entità morale fiera della sua eccellenza, altro non sei che sterile cascame organico indegno della più stupida benevolenza. Il paguro, privato del suo rapporto simbiotico con l’attinia, altro non è che un misero crostaceo nudo. Bernardo l’eremita senza il suo pomodoro di mare è carne a buon mercato. Chiunque può cibarsene.

Ed oggi, vigilia di San Valentino, mi chiami per chiedere non di me, ma di qualcun altro. Forse per ignoranza, o per disattenzione, mi dici alla fine di una stitica chiacchierata: ‘Mi raccomando’. Mi raccomando cosa! Volevi dire forse ‘Abbi cura di te?’. Ma davvero si può credere tanto ingenuamente che lo spirito ed il corpo vivano in due mondi separati, indipendenti l’uno dall’altro? E quando hai ammazzato l’un dei due, che cosa ti rimane? O un fantasma o uno zombie. La verità è che questa è solo una falsa preoccupazione di me che si condensa in due stupidissime parole. Anzi: in una e mezza. Parole con le quali si vuole tacitare il meschinello senso di colpa di chi ti ha già dimenticato in una manciata di ore.

La mia è stata una guerra inutile e dispendiosa. Una guerra persa in partenza: simile a quella di un Filippo II e della sua Inviincibile Armata colata a picco dalla furia di un Drake e dai marosi della tempesta. E perciò passabile della più alta ed aspra censura. Eppure non posso ancora credere che anche tu mi abbia girato le spalle come certi miei parenti grulli. Ma bisogna pure che a qualcosa si creda alla fine: e allora io preferisco immaginare – benché mi sia altrettanto doloroso il pensarlo – che la mia donna è scomparsa all’improvviso. Di modo che io possa salvare almeno la sua foto: l’immagine diafana della mia Maria… E per non vivere nell’angoscia d’essermi cresciuta una serpe in petto.

Domani, giorno di San Valentino, dedicherò la mia gentile rosa purpurea alla memoria della mia donna scomparsa.

Per cui io ti chiedo, ma femme fatale: quanto vale la vita di un uomo. Tante, troppe volte meno di uno sputo. I nazifascisti ce l’hanno insegnato da Auschwitz alle riserve di san Saba; e i fazzoletti rossi con i gulag e le foibe di marca slava.

L’homo novus del 2000, eziandio, con le carneficine delle di guerre locali e delle pulizie etniche. E l’11 settembre poi… Oh, un altro remake al grido di “Deus lo volt”.

Tutto questo c’impressiona maggiormente – o meglio: ci tramortisce come un colpo di clava – quando si tratta di un grasso bottino di morti gettato sulla tavola della tombolata gremita di lupi famelici. Ma molto meno quando sti morticini devi andarteli a spilluzzicare alla pesca miracolosa dell’esistenza quotidiana. Che però, se li mettiamo tutti insieme, fanno un’ecatombe il giorno in questo folle, folle mondo.

Penso che saremo tutti d’accordo nel definire tali scelleratezze – siano esse perpetrate nel nome di Dio, di Allah, della razza o del mariuolo dietro l’angolo – come delitti contro l’umanità, e che vadano quindi perseguiti severamente. Ci hanno insegnato, id est, che la giustizia dev’essere uguale per tutti; ma, soprattutto, che essa deve potersi applicare a tutti.

Ma… Mah! Vedi, amore mio, in tutto questo bel ragionamento c’è una difficoltà. E questa consiste precisamente nella possibilità oppure no di poter sempre rubricare ogni azione contro l’uomo come un delitto puro e semplice. Ossia: un atto perseguibile per il quale è prevista una pena fisica o anche una più asettica morale (“Congedato con disonore”; oppure: “Nessuno tocchi Caino”; eccetera eccetera).

Dico questo perché ci sono tanti modi di uccidere un uomo: tutti più o meno rozzi e cruenti, oppure machiavellici e raffinati, o diligenti e indolori. Ma esiste una fattispecie di delitto che è assolutamente inodore e incolore, e perciò inafferrabile e ingiudicabile da tutta la fottutissima giurisprudenza di questo porco mondo. E questo è il delitto di leso Amore. “Love is a crime” recita la canzone di una meravigliosa combattente. Cosicché, oggi, anche tu dovresti dire con Amleto:

Non avreste dovuto credermi. Perché la virtù non si può innestare nel vecchio ceppo della nostra natura e peccaminosa senza che, dei nostri peccati, ci resti un po’ di gusto. Io non vi ho amato.


MARIO PETTOELLO

Figlia mia,

questa lettera ti giunge da lontano e quello che ci divide non è lo spazio, ma il tempo.

Ti ho scritto questa lettera molti anni orsono e l’ho affidata a tua madre, con la promessa di consegnartela nel giorno del tuo quattordicesimo anno d’età. Se la mamma ha mantenuto la promessa, mentre leggi queste parole è estate, la scuola non ti assilla e magari sei nella tua stanza e ti viene voglia di piangere oppure pensi di correre da quel tuo amico che ti fa battere il cuore, lo sai già che l’amore dona sempre un po’ di conforto.

Questa lettera, tuttavia, ti giunge inaspettata e potrebbe anche arrecarti solo fastidio, rivelarti cose che non conosci, che hai dimenticato, che non vuoi sapere, e poi non è giusto soffrire alla tua età.

Potevi fare a meno di morire, cosa vuoi ora da me?

Ritorni dal passato a rovinare la mia festa di compleanno, ad intristire i giorni che verranno; io che sapevo e ho dimenticato e mi sono consolata

con il dirmi solo sfortunata.

Figlia mia, se fosse così, e forse è proprio così, allora è stato giusto che io ti abbia scritto questa lettera.

Quando eri bambina, tua madre ti ha certo parlato di me e tu, forse, nei tuoi sogni mi hai visto come un cavaliere che, dopo tanto errare, torna dalla sua bambina per farla felice, con tanti doni.

Ma l’età sbiadisce i sogni e, giorno dopo giorno, ti sei accorta della malinconia di tua madre e dei tuoi fratelli, hai preso cognizione del silenzio assordante che assillava i tuoi cari, di un vuoto che non capivi e che solo i sogni dell’infanzia ti avevano aiutato a riempire.

Era giunto allora il bisogno di sapere, ma con tua madre non riuscivi a parlare. Lei ti ha cresciuto con amore e ti ha sempre creduto, come capita a tutte le mamme, forte e sicura; rivelarle la tua ansia ti sembrava un modo ingiusto di lenire la sua gioia, per averti fatta come sei.

I tuoi fratelli erano presi da altre cose e, poi, tu per loro sei l’ultima della nidiata, la piccola che va difesa da paure e dolori e, dunque, non deve conoscere paure e dolori.

Con l’adolescenza, ti è venuta in aiuto la scoperta di cose impensabili e la curiosità ti ha fatto vagare, e magari soffrire, tra i dolori del mondo e hai riposto in un angolo oscuro della memoria il ricordo dei sogni e della malinconia per un padre che non sapevi.

La mamma ha talora frainteso il tuo atteggiamento, rimanendone rattristata, ma tua madre non può sapere che per amare un padre bisogna conoscerlo.

Io, invece, sono cresciuto come te ed è anche per questo che ho voluto scriverti questa lettera. Una lettera d’amore.

Ma quest’amore non è il mio, verso una figlia che non ho potuto conoscere; quest’amore è il tuo, verso un padre che hai il diritto d’amare.

Io ti ho amato sin dal primo giorno, quando tua madre, lo sguardo quasi colpevole, mi disse che avremmo avuto un altro figlio; io ti ho amato quando la guardavo e scorgevo sul suo corpo i primi segni della gravidanza; ti ho amato quando un male oscuro mi ha aggredito e l’ansia di guarire era desiderio di te; ti ho amato quando quel male ha assunto un nome terribile e già familiare.

Il mio amore divenne allora dolorosa nostalgia e un muro oscuro si creò tra me e tua madre. Avrei dovuto dirle che mi restavano solo pochi mesi di vita, ma non riuscivo a parlarle e ogni sera mi mettevo alla scrivania, nel vano tentativo di affidare ad una lettera le parole che non sapevo esprimere; ero in preda alla disperazione e solo con fatica mi liberavo dalla tentazione di por fine ad una duplice attesa, della mia morte e della tua vita.

Poi, da qualche luogo oscuro della memoria, emerse il dolore della mia adolescenza, senza un padre, e capii che il legame biologico è solo un aspetto, che va alimentato con l’amore, giorno dopo giorno, altrimenti la sua assenza diventa un peso che opprime o un interrogativo che angoscia. Questa consapevolezza mi aiutò nella decisione di non affidare alla finzione di una vuota speranza i pochi giorni di vita che ancora mi restavano e trovai la forza per parlare con la mamma, i tuoi fratelli e di scriverti questa lettera.

Figlia mia, se stai ancora leggendo le mie parole, credo di sapere a cosa tu stia pensando.

Forse è stato così per te, ma io ho l’amore della mamma e dei miei fratelli, se voglio posso parlare con loro, e poi il tempo delle domande è passato, ora non mi sto ponendo nessun interrogativo e non voglio angosciarmi per paura di quello che potrei provare domani!

Figlia mia, non è così; la vita non è fatta di tante parentesi, ove stanno racchiuse le gioie e i dolori di quei certi momenti; la vita è una montagna di sassi, di pietre, di sabbia, d’argilla, di motta e noi la costruiamo giorno dopo giorno e arriva sempre il momento che la montagna frana e quel vuoto, già sperduto in un luogo oscuro della memoria, riemerge e diventa un interrogativo angosciante.

La mia lettera non può colmare un simile vuoto, ma può ricordarti che solo l’amore può alimentare il legame tra un padre e un figlio, prima che quel legame diventi, anche per te, un interrogativo angosciante.

Ma tu non ci sei, anche se volessi amarti; e poi cos’è l’amore in assenza della persona da amare. E poi sono tanto giovane, vuoi rendermi tristi gli anni più belli della vita?

Figlia mia, quando si è bambini, amare un padre vuol dire star seduti accanto a lui, la testa sulla sua spalla, camminare la mano nella mano e poi una carezza, un rimprovero, una tenerezza e correre, correre con lui sui prati; quando si cresce, per amarlo bisogna conoscerlo ed è per questo che la mamma ti ha dato questa lettera, oggi che hai quattordici anni.

Mio padre non mi scrisse mai una lettera come questa; la notte in cui morì non sapeva ancora che di lì ad otto mesi sarebbe diventato padre.

Per conoscerlo presi in mano i libri che leggeva, lessi quello che aveva scritto, andai alla ricerca d’antichi giornali che parlavano di lui; aprii i cassetti che mia madre teneva gelosamente chiusi e vi trovai i tesori della memoria, lettere sgualcite, foto ormai consunte, il diario di un amore; parlai con quelli che l’avevano conosciuto. che l’amavano o che non potevano sopportarlo, e tutti mi diedero qualcosa di lui.

Figlia mia, inizia anche tu un simile percorso e capirai che si può amare un padre che non si è mai conosciuto.

Poi, scrivimi una lettera, una lettera d’amore, e conservala assieme a questa; un giorno le mostrerai ai tuoi figli, perché sappiamo che l’amore supera ogni distanza, anche quella segnata del tempo.

tuo padre


ROBERTO COLANTONIO

– Non un buon nipote –

Ad Elodia Colantonio

Città di Paranà

Argentina

Cara zia,

tu dici che la colpa è degli Argentini.

Che pensavano: non capiterà. Siamo diversi.

Non siamo il Brasile. Non siamo il Venezuela. Non siamo il Cile. Non siamo il Paraguay.

Sembrava che il benessere non sarebbe finito mai.

L’Argentina non è il terzo mondo.

Tu dici: ce lo siamo meritato.

Io non lo so, forse sei troppo sincera. Anche con te stessa.

Non è sbagliato desiderare le cose belle.

Non è sbagliato volere per i propri figli la migliore istruzione, gli ospedali più efficienti. Mangiare bene, andare in vacanza d’estate, che da voi è a dicembre.

Ecco, forse è da qui che dovremmo ripartire. Dal fatto che, così come le stagioni, in Argentina funziona tutto alla rovescia. O, viceversa, siamo noi, in Italia, che camminiamo a testa in giù.

A Natale i ragazzini fanno il bagno nel Paranà, il fiume che dà il nome alla città dove vivi, da quanto mi hai raccontato una metropoli costruita ordinatamente su decumani e cardini, alla maniera romana, solo che si vede di fronte iniziare la Foresta Amazzonica. Quiroga, lo scrittore, ci impazzì. Non riusciva a concepire un simile contrasto.

Mentre io, il 25 addobbo l’albero e, se mi va, ma non tutti gli anni, tiro fuori le vecchie scatole con i pezzi del presepe. E fa freddo, pure se abito a Napoli. Ci vuole la sciarpa.

Però devi ammettere che nemmeno tu immaginavi che si arrivasse a bloccare i depositi di dollari statunitensi nelle banche.

Cambio forzoso di qualche migliaio di dollari in altrettanti pesos, buoni a giocarci a Monopoli.

Così sei rimasta a Paranà, niente Europa l’anno scorso e nemmeno questo.

Quante inutili ripetizioni private.

Per di più ti sei rotta una gamba tornando dall’Università.

Hai oltre settant’anni, zia, dovresti riguardarti maggiormente e scusa se te lo dice tuo nipote.

Un nipote che scrive tanto poco, del resto.

Chiedi sempre notizie dall’Italia e dei parenti che sono qui.

Sai i loro nomi meglio di me, le loro storie, i legami di sangue, eppure tu sei nata dall’altra parte dell’Oceano.

D’accordo. Vuoi sapere dell’Italia. Ti dirò allora che in Italia va tutto bene, certo la gente litiga. Ma se la vediamo da un punto di vista positivo, c’è da dire che ci si sta riappassionando alla politica.

Le squadre italiane in Champions si sono prese una bella rivincita sulle spagnole, con tre squadre in semifinale.

Si comincia a pensare in euro anziché in “vecchie” lire. Etc. Hanno aperto finalmente la stazione metropolitana a Piazza Dante.

Ma anche se tu non mi fai la domanda specifica, devo dirtelo.

Tu conosci la canzone di Fossati. “Italiani d’Argentina”.

Voi parlate. Mandate messaggi dal vostro “Titanic”, messaggi morse, cartoline, lettere, interviste.

Ma non arriva fin qui.

Non vi sentiamo. Non ci interessa.

Non parliamo più di voi, dell’Argentina.

Non so nemmeno se sia arrivato qualche aiuto di una qualche maniera.

Lo si è fatto solo all’inizio, quando i telegiornali erano pieni di immagini di Buenos Aires.

Quando sono finite le notizie pessime, il collegamento si è interrotto. I corrispondenti sono tornati, credo.

Ed è colpa vostra, in un certo senso. (Visto che torniamo punto e accapo?)

Perché vi sono rimaste le cattive notizie.

E quelle non ci interessano.

Ne abbiamo anche noi. Non troppo cattive, ma abbastanza per vittimizzarci su.

Mi dispiace, cara zia. La verità è che non ci commuoviamo più.

Gli Italiani d’Argentina non sono mai stati tanto lontani come in questo momento.

Perciò, cara zia, smetti di chiedermi dell’Italia.

Cominciate anche voi, italiani d’argentina, a disinteressarvene.

Non aspettatevi niente di buono da noi. Non aiuti. O solidarietà.

Provate con la Spagna. Forse la Spagna vi sarà più utile. Risponderà all’appello. Del resto, se parliamo di sensi di colpa, gli spagnoli, con i loro conquistadores, ne hanno di responsabilità con l’Argentina anche se è successo tanto tempo fa.

Mi dispiace soprattutto perché so quanto ci vogliate bene. E quanto pensiate a noi. Riuscite persino a preoccuparvi, per noi.

Ma serbate l’amore per chi lo merita. Per chi lo ricambia. Non va sprecato, perché d’amore, al mondo, ve n’è in quantità limitate, in scorte preziose.

E anche a me, cara zia, non volermi più così bene. Non sono un buon nipote.


ANNAPAOLA DOTTO

Amore mio,

caro, amore mio bello e disumano, amore mal voluto e diseredato… amore sprecato e vinto, amore ossuto e ricattato: amore matto!

Colgo per te un foglio bianco dal giardino dei miei affanni, finirà –pieno di parole- nel cestino, ma intanto scrivo e distraggo Amore, dall’amore mio.

Laghi di abbandono e rilassamento, sponde di pace assoluta, tranquillità totale; sensazione, percezione corporea di adeguatezza che mai mi aveva scalfita: i tuoi occhi, il paradiso e in essi la libertà di essere tua. Tua e di nessun altro, solo tua, per sempre.

La voce del vento che si fa cristallo, satura l’anima di zucchero, come vetro aguzzo che inaspettatamente non taglia, solo splende e scintilla e rifraziona arcobaleni di luce per tutta l’anticamera opaca delle mie retine affascinate.

Non ho mai udito parole somiglianti a quelle che le tue labbra mi spezzano fra le mani, non ho mai condiviso tanto tempo e pagine e così infiniti spazi di silenzio: non appartengo più a me stessa e -stranamente- la cosa non m’è d’impaccio.

Sorridi, ti prego, sorridi. Sorridi a tutti coloro che ti incontreranno e che non sapranno di me e del mio amore, ma tu sorridi e dona loro tutto quello che io non potrò avere, le più piccole sciocchezze, quelle banalità sorprendenti con cui mi stupisci all’alba di ogni domani; saziali delle tue parole e custodiscili, con le tue ampie mani di cotone.

Quando non posso essere con te, è allora che mi torturo. Perché so che questo mio tempo è breve e prima di una nuova pienezza ci sarà di che attendere, bisognerà necessariamente morire e la cosa, sebbene non giunga a spaventarmi, comunque mi rattrista.

Piove sulla pioggia, come se il cielo si fosse sbagliato, come se Dio avesse preso un abbaglio e si fosse confuso. Piove sui tondi smeraldi del giardino che rilucono nell’acqua dolce, simili a giada tra i diamanti e piove su di noi, amore mio, come su qualcosa di estremamente potente, di inafferrabile e veritiero, di eterno.

L’acqua che ci divide è la necessità di un battesimo: viene a farci cristiani, fedeli l’uno all’altra più che lo Spirito Santo al Padre Celeste.

Scherzo come al solito sulla tua religione, scherzo in modo blasfemo, ma scherzo da atea, da innamorata tradita e invidiosa, perciò ti prego: perdonami amore.

Bevo caffè avanzato di ieri mentre studio il profilo della tua finestra, ne solletico i contorni, la seduco perché mi racconti di te e di come stai rannicchiato nel letto, abbandonato fra le braccia di Morfeo, smarrito alla maniera di un bambino, indifeso.

Ho sempre apprezzato l’indiscussa operosità che ti abita, il senso poetico della tua confusone, dei tuoi gesti inconsulti, della tua gelosia che si infiamma dal niente e muore in bocca a un mio sorriso, un sorriso che io porto come offerta alle tue labbra per schiuderle al bacio.

Se soltanto tu ora ti svegliassi… faremmo l’amore con il rumore della pioggia negli orecchi ed estingueremmo il suo tantrare nel cuore dei nostri sospiri e all’ultimo grido esploderebbe il sole e poi potremmo passeggiare lungo il corso, tenendoci per mano.

Scommetteresti con me che volerebbero in aria come minimo un migliaio di passeri azzurri?

Diresti che sono pazza, ma alla fine avrei sicuramente ragione io. Tu ancora non hai capito che la magia, al solo sperarla, precipita dal solco argenteo della luna fin sopra al capo di chi l’invoca.

Cala la sera con le sue trame di seta e velluto. Scende quasi indifferente sul giubilo sfiorito della mia attesa: è tutto il giorno che scruto il tuo lucernario, ma da parte tua nemmeno un cenno.

Talvolta mi sovviene che vivrò per sempre e allora non so bene cosa pensare, è difficile da tenere in testa un’idea del genere. Come un pacco-dono troppo grande per poterlo scartare, mano a mano che lo svolgi, la carta da regalo finisce per ingombrare tutto lo spazio disponibile e tu resti così, con il nastro in mano e l’aria imbarazzata, senza saper bene che faccia inventare. L’unica cosa che ti resta da fare è uscire dalla stanza di quel pensiero e andare via.

Non so più chi sono, non riconosco il mio posto su questo suolo instabile se tu non sei al mio fianco, se la notte mi spoglia da sola e mi violenta tra braci di stelle e tizzoni di rame.

Ricordo gli specchi opalescenti dei tuoi racconti, catini di rugiada in cui non facevo che rivedere me e te e me e noi. Rose d’accordi il niente con cui tessevi le tue storie, che inventavi per me e per dirmi cosa pensavi, senza che la timidezza ti impedisse le parole.

Quella, ad esempio, era magia, ma tu non l’hai mai voluto riconoscere. Dicevi di non essere capace, dicevi che ero più brava io, ma era solo per amore, troppo amore.

Le saprei riscrivere senza la distrazione di una virgola, le tue favole belle, ma preferisco tenerle per me, nascoste dietro all’anima, in un angolo antico di luce, all’ombra di un giardino dove quiete fioriscono le magnolie. L’archetipo delle tue mani vi è conservato come il più prezioso dei tesori, balsamo inebriante di memorie esilissime e… sublimi!

La mia pelle veste il disegno ambizioso delle tue palme, per nulla confuse dalla mia natura di donna; le tue dita immensamente stupite e le tue labbra riconoscenti. Per te ho smesso l’ipocrisia dei miei veli, per te i miei piedi si sono fatti appassionati: danzanti. Sei stato tu a plasmare plasma nuovo nelle mie vene, perché ruotasse in fretta e mi portasse in alto, fino alla perdizione, all’estasi.

Ho dimenticato il profumo di ciascun fiore, perché odorasse di te ogni luogo della terra; ed ho smarrito il gusto di ogni cibo cosicché non faccio altro se non mangiare te e il tuo sapore, all’infinito. Eppure non trovo pace e mi aggiro sconvolta per le strade, perennemente affamata: solo tu e la tua vera fame sapranno estinguere la mia, per questo invoco il tuo ritorno.

Sempre così tra noi due, sempre troppo liberi per tenerci insieme, sempre troppo veloci per poter andare piano, sempre a stupirci per riguadagnare l’attenzione dell’altro, come se ce ne fosse davvero bisogno. Mi sono innamorata di te nel caos di un pub deprecabile e mi sono innamorata di te per come sapevi farmi ridere e sorridere, nonostante tutto, nonostante il male e le cornacchie.

Adoro la nostra idea di essere tolleranti al punto da starci male, evitando ogni legittimo contatto, esasperando silenzi e distanze fino all’ultimo respiro, quando il filo della vita si riduce ad un capello e allora è l’esistenza stessa ad esigere un atto eroico che, a causa del suo smisurato orgoglio, sei sempre tu a compiere.

Eppure vorrei per te l’abito bianco, il raso e l’arancio, i miei piedi nudi all’altare: t’immagini noi due, occhi negli occhi, mentre un prete maldestro cerca di dirci che è tutto merito e piacere del Divino? A sua immagine fu creato il primo uomo e da lui venne tolta la sua sposa: ecco perché ti appartengo, ecco in che modo struggente mi trovo ad assomigliarti, carne della tua carne, fibra inquieta che trova casa solo fra le tue costole, nel battere ritmico di ogni istante che s’accomuna. Crederesti che sono io a dire tutto questo di te? Crederesti che… ah!

Quando verrai sentirò la musica e capirò che tu mi aspetti, ricurvo nelle lance della luna, poggiato in bilico alla balaustra di marmo offeso, smunto dal tempo. Sarai cosa ben viva nel muto ammutolire della notte, sarai come l’aurora, sebbene ancora non faccia giorno. E sarai per me e io sarò me stessa.

Allora si schiuderanno al verbo le nostre labbra e dipingeranno idiomi sempre diversi e sempre nuovi, inventando parole che nessuno ha ancora scritto e parlando lingue che nessun popolo ha mai contemplato. E tutto senza emettere nemmeno un suono.

Basterà un tuo sguardo e… il cielo si aprirà e sarà l’oceano a gridare fin dall’utero della terra: rovescerai tutte le cattedrali del mondo con un solo movimento del capo e quando approderò fra le tue braccia: è allora che troveranno patria tutti i sentieri delle mie disarmate generazioni.

Non c’è ragione, né logica, non c’è pensiero che possa circoncidere questo mio alienante sentire. Ci sono soltanto io e ci sei soltanto tu… ed è probabile che amarti sarà un errore, ma nella vita quand’è che non si sbaglia, per Amore?!


PAOLO CIRULLI

T’amo, vecchio brontolone.

I tuoi gemiti sono misteriosi e struggenti come il canto delle balene. E quello sei: un cetaceo, il più grosso e zampillante. T’amo, troppo, e non ti possederò mai abbastanza. Sto fresco a percorrerti in lungo e largo! Sarai sempre troppo immenso e le mie mani trroppo piccole… ahi, che ingrato! Quante voci potrebbero destarti non due, ma dieci cento mani! C’è sempre una verità dolce e inaspettata nascosta nei tuoi nodi, oppure un lupo rabbioso che s’annida nella tua carne venuta dal freddo… uuuhhh… e la stizza mi assale quando vengo a saperlo da altri, più bravi e ostinati, che sanno toccarti meglio! Però tu sei soltanto mio, e sta a me farti cantare o lasciarmi divorare. È vero, non posso trascurarti neppure un minuto, chè sennò mi fai un occhio nero davanti a tutti. Non puoi negarlo: hai rubato i miei anni migliori. Ma soprattutto… ecco, tu mi impacci! Per te non posso avere un’utilitaria, non posso vivere in mansarda… non posso avere una donna! Se ne porto una in casa, metti subito il broncio! Tutta la sera di spalle, a rimproverarmi con quel piglio bieco e silenzioso. Ho provato a chiuderti in bagno, ma non è servito a nulla, tanto in casa ogni cosa parla di te, dai libri alle pareti stesse, così nude e ovattate, ché per te ho rischiato lo sfratto! Ho dovuto foderare persino il pavimento, che sembra di stare sulla luna! In casa ci siete o Tu, o il Silenzio. Io? io sono un particolare insipido. Alla fine, sì, l’ho invitata a cena, ma non resistevo al pensiero di saperti abbandonato tra una doccia e un water. Lei se ne accorge, e mi molla prima della frutta. Dài! Non possiamo darle torto: persino in ascensore non c’è posto, entriamo solo noi due, e lei sul pianerottolo a battere un piedino nervoso, in macchina tu ti prendi i due posti migliori, bello disteso, e lei stretta in un angolino a sbuffare. Già ti dedico tutti i pomeriggi, almeno 4 ore, e a sera, quando lei passa a prendermi, mi hai già fiaccato. A teatro sei tu quello che mi si stringe addosso, e lei da sola nel loggione a sbadigliare. Poi, con questi nuovi ritmi latino-americani, ho cominciato a portarti anche nei night, nelle balere, nei pub fumosi: ora allacciati in un tango, ora cullati da un walzer, ora ti seguo in una marcia trionfale, tronfi e ubriachi, oppure sull’attenti, impettiti, sempre insieme, tu ed io… e lei sola, ad aspettare a un tavolino, in casa, o su un marciapiede. Ad aspettare noi che facciamo le ore piccole, noi che non ci svegliamo prima di mezzogiorno. Così, puntualmente, arriva quel giorno che mi sbatte in faccia il mio mazzo di fiori e restiamo di nuovo soli, tu ed io, l’uno appoggiato all’altro. E so che tu te la ridi sotto sotto… Però, stranamente, mi sento subito meglio e ricomincia il confortevole metronomo della nostra routine. Perché mi condizioni, nel tempo come nel corpo. Hai piegato la mia schiena, deformato le mie mani. Anzi, di solito pensano che tu sia il prolungamento delle mie mani, e invece soono io che mi rannicchio dentro te. Resterò aggrappato al tuo carcassone per il resto della mia vita, sei la palla al piede che però mi ha fatto volare, la mia zattera dal mondo, che mi ha insegnato l’arte irreprensibile dello zen: sono l’arco, la freccia, il bersaglio… davvero non saprei come colmare la tua assenza. Me ne accorgo quando non posso abbracciarti, magari a letto per un’influenza, e ti guardo da sotto le coperte: immobile e scostante, stai vicino alla finestra ad aspettare che mi ristabilisca. Il sole fa il suo giro dell’appartamento ed io con occhi febbricitanti seguo la tua ombra passeggiare sulle pareti, scandire il mio delirio, infine allungarsi sui miei sogni mentre li chiudo sollevato. Le tue forme sono uniche, rotonde e morbide, i tuoi fianchi larghi, materni… e poi sei così alto, con quel ricciolo nobile e sbarazzino che ti svetta sempre in fronte. Ben piantato, una quercia tra cielo e terra, ed io l’altalena fra i tuoi rami poderosi! Quando, poi, stai in riga con tutti i tuoi fratelli, fate tremare l’Universo, così giganteschi e possenti, gravi e pensosi, nocchieri saggi e austeri. Siete il cuore pulsante, i pilastri, ma sempre dietro le quinte, eleganti e discreti, a sostenere l’intero Mondo! Già, in pochi vi apprezzano davvero, non siete soltanto le lugubri ruote di un carro funebre! Sapete essere anche dei burloni: talvolta vi cimentate coi fratellini, quelli più spocchiosi, in piroette e capricci, teneri e sgraziati. Ma sono giochi pericolosi, dovete stare attenti agli scivoloni. Gli amici che vengono a trovarmi, sempre ti si accostano ammirati, ti toccano… ma son geloso, lo so, perché sarai grande e grosso, ma tanto, tanto delicato. Se penso che alcuni addirittura ti tengono a servire liquori, neanche fossi un fenomeno da baraccone, rabbrividisco! Perché ti ammali come niente, sei vecchio, di quelli che hanno buttato via lo stampo. Un vecchio brontolone cecoslovacco. Ogni tua cicatrice è una storia: a volte mi sorprendo a pensare chi t’avrà posseduto prima di me: un virtuoso, un eremita, un girovago, un prigioniero? Ora sono io che mi prendo cura di te. Quante volte siamo rimasti a piedi per quel tuo grosso culo che non sta da nessuna parte? E sotto la pioggia, sei tu quello sotto l’ombrello… chissà! Chissà chi ti possederà dopo di me? Spero almeno avrà un briciolo del rispetto che io t’ho portato, mio dolce imcompreso. Perciò, prima che sia io a diventare vecchio e solo, lascerò questa lettera nella tua pancia, affinché colui che anche fra cent’anni dovesse adottarti, la ripeschi, e leggendola conosca la misura dello stregato, tenero, incommensurabile amore che portai al mio Contrabbasso.


IVA POLCINA

Mio spasimato, adorato idolo,

Ti scrivo questa lettera seduta davanti alla finestra, nell’ora in cui le allodole annunciano il ritorno della luce. In lontananza scorgo il luogo in cui sono nata, Capodacqua, nella silenziosa valle conosciuta palmo a palmo, che si dischiude come un’onda immensa, soffusa di delicate tonalità rosate, profumata d’innocenza, stupita di fronte al primo germoglio di luce. Di questa terra ci siamo entrambi nutriti, calcando le stesse orme sui dolcissimi colli intarsiati di ginestre e orchidee selvatiche, bevendo alle stesse sorgenti in cui abbiamo rischiarato l’animo; i nostri corpi si sono spalancati con fiducia ai tepori delle primavere, allorché la nostra esuberanza si è colmata della fragranza dei mandorli in fiore, delle scie odorose di timo e di menta, delle improvvise esplosioni di colori che feriscono gli occhi – tanto s’accende la valle al rosso dei papaveri, tanto scintillano i colli al giallo delle ginestre. Forse per questa condivisione, forse perché siamo fatti della stessa materia e abbiamo accordato i battiti del cuore all’armonia di questo angolo di paradiso, il nostro primo incontro è stato definitivo, incontenibile colpo di fulmine: mi sono perdutamente innamorata e tu, come l’amante più vero, mi hai aperto il cuore, confidandomi i tuoi segreti, i tuoi più intimi pensieri. Sei stato per me un punto costante di riferimento, l’alfa e l’omega dell’esistenza, e tu pur sapendolo, non hai mai approfittato di questa condizione di dipendenza, anzi mi hai sempre rispettata; nel corso della nostra lunga relazione, non abbiamo mai soddisfatto la dea della discordia, mai dato luogo ad alterchi. Il nostro è stato ed è un rapporto esclusivo ed unico, che manteniamo a tutti segreto, per difenderlo dalle insidie del mondo. Forse nessuno come noi sa di poter attingere con assiduità quotidiana a un tesoro immenso a portata di mano: alla nostra relazione, come a quel che ci circonda. E’ amoroso incanto questo eccesso di bellezza, che ci toglierebbe la vita se non fosse che in noi tutta la serenità del mondo sembra compiersi, grazie a questa terra di nascita, fonte di ignota energia. D’ignota energia, sottolineo, giacché un’aria di magia si spande tutto d’attorno, ricopre il paesaggio e le case del paese e risuona perfino nei passi sul selciato. Non può non essere opera di un alchimista questo perfetto dosaggio di elementi e dinamiche, questa forza che regge il cielo e la terra, qui d’un equilibrio perfetto, in cui ogni oggetto o pietra o costruzione trova la sua destinazione e vi si incastona, per sempre. Ogni creatura che nasce in questo luogo vi appartiene per elezione, sia pur esso una crepa nella terra, un pertugio in un tronco di un albero, un antro, una grotta nella montagna: in questo ritaglio di mondo, proprio nulla si sottrae all’equilibrio regnante. Forse anche per questo ogni incontro qui è definitivo, come è avvenuto tra noi, prezioso principe dei miei giorni, mio potente, fedele condottiero che ti sei impadronito di me con la forza e l’imponenza statuaria, con il richiamo antico della tua baldanza. Perché tu hai conosciuto ed hai condotto le mie stagioni per mano, le hai scandite con l’impassibilità e la delicatezza di chi assiste con completa partecipazione e coinvolgimento alle altrui e alterne vicende, senza volerle stravolgere, discreto e silenzioso come un padre. Ricordo ancora quando sei entrato all’improvviso nella mia vita sconvolgendola e accendendomi di una passione innaturale, vista la differenza d’età. La prima percezione che ho provato vedendoti è stato un senso di sicurezza, di calda fiducia, che da te promanava; ti ho avvertito come un padre protettivo e poi avvicinandomi, ho capito improvvisamente che rappresentavi qualcosa di più grande e regale: una guida che avrebbe tracciato il destino a cui adesso noi possiamo riferirci. Un eroe, una possente presenza a cui dovevo solamente inchinarmi, e invece… Solo io so cosa si nasconde sotto la tua corazza, dietro quella tua alterigia che incute timore: un cuore tenero, affettuoso, di bambino. Ecco, per me sei anche figlio, oltre che amante e sposo. Accanto a te, ho scoperto che il tempo non esiste, che un giorno gli uomini erano dei e vivevano nell’Eden. Insieme a te ho immaginato di cavalcare per la valle, tu mio re – quante volte ti ho chiamato così, con affettuosa e completa sottomissione – ed io tua regina. Siamo stati signori di un popolo pacifico e solidale, per scoprire con sbigottimento che il nostro amore e la serenità del nostro popolo costituivano fonte d’invidia per i confinanti, i quali miravano ad appropriarsi delle nostre terre. Per futili motivi ci attaccarono: dovemmo per forza trasformarci in guerrieri, per difendere noi e le nostre dimore. Indossammo maschere e dietro quelle nascondemmo la gioia e il dolore. Furono anni duri, assistemmo a tante battaglie, ad ogni tua partenza vivevo l’angoscia più profonda, sentivo di morire. Quante volte tornato vincitore, stanco e ferito, disperato per la perdita di amici e parenti, ho dovuto lenire con pazienza le tue pene, curare ferite, piaghe del corpo e dell’anima. Ci ritennero invincibili, si ritirarono, potemmo finalmente di nuovo vivere un periodo sereno. La tregua fu breve: giunsero da lontano orde di popoli sconosciuti. Ormai ti vedevo solo di rado: armato di scudo, spada, ascia, mitria, schinieri, adornato di torquis e armille, ardente, ma sempre più stanco, curvo sotto il peso degli anni, delle privazioni e delle sofferenze. La tua immortalità si andava esaurendo. Ora che prigioniero di inutili quanto devastanti guerre, continui le tue battaglie lontano, ai confini, per anni e anni, dov’è l’antico scintillio del tuo desiderio, dove sono la dolcissima tua frenesia di amare e le parole che riscaldavano il fuoco dei giorni? Il tuo sguardo mi ossessiona, mi trascina con sé, mi perseguita nelle notti. Da questa finestra attendo il giorno in cui tornerai da me, a Capestrano, nel nostro paradiso. Ti attendo, so che tornerai, per me, che uscirai dalla tua prigione. Quando giungerai sarò ancora la tua regina. È pronto per te il nostro Castello Piccolomini. Mio amato Re Nevio Pompuledeio, mio adorato Guerriero di Capestrano.


PAOLA AGOSTANI

Perché non scrivere di te, Valerio?

Di te a cui nessuno scrive mai, se non due righe frettolose sul retro di una cartolina acquistata tanto per togliersi il pensiero.

Perché non parlare del tuo sguardo, immutato nel tempo, dell’innocenza che esprime da dietro le lenti spesse e sempre piene d’impronte…

Le tue dita malferme e curiose a volte torturano gli occhiali, ma anche i capelli o le orecchie, specialmente se qualcuno ti osserva a lungo senza parlare.

Perché non raccontare dei tuoi occhi così chiari, dove si riflette il mondo intero con tutti i suoi problemi e iniquità, senza lasciare nessuna traccia.

Di te che sei per tutti un bambino un po’ cresciuto, che hai sedici anni ma non fai impazzire nessuna ragazza…

Di te che parli ma non sai dire nulla d’importante e non avrai mai un motorino, una festa per la maturità, un amico con cui ubriacarti ricordando i bei tempi passati…

Di te che non hai bei tempi passati né futuri…

Perché non scrivere dell’angoscia che provo quando penso al tempo che passa per tutti, ma non per te? L’angoscia che di notte mi martella nel cuore e mi sveglia per tenermi compagnia fino al mattino, quando il suono odioso della sveglia mi ricorda l’inizio di un nuovo giorno che sarà uguale a tutti gli altri… Sono domande che mille volte mi sono posta e mille volte mi hanno sconfitta.

Ci sono molti termini che ti definiscono, Valerio, portatore di handicap, disabile, diversamente abile… La tua diversità per me è solo amore. Io ti guardo e vedo amore, penso a te e sento amore. Scrivo e vorrei che ti giungesse amore, mescolato a queste povere parole.

A te che corri per le strade della città ciondolando: sembri stanco, col peso della tua diversità tutto sulle spalle. E le mani!…

Toccano tutto mentre passi: le vetrine, la frutta esposta, i muri, i portoni: come se tu volessi lasciare una traccia, un segno per non perderti, per ritrovare la strada la prossima volta.

Il mio compito con te è duro e difficile, a volte soffocante ma tu mi dai forza ogni volta che mi abbracci e mi baci chiamandomi cento volte “mamma”.

Quando apri le braccia a chiunque entri in casa, quando vedo il tuo entusiasmo di fronte alla natura, quando sei commosso davanti alla torta di compleanno e soffi sulle candeline esclamando:”Io sono il più felice del mondo!” Per te è questa la felicità, Valerio… una torta con le candeline…

E nei tuoi occhi, proprio lì, io vedo naufragare ogni mia paura! Perchè tu non hai paura di niente, del passato, del presente, del futuro. Tu non hai presente né futuro. Tu sfuggi il tempo, sei solo amore.

A te basta la mia presenza, un sorriso, non vuoi nient’altro, non c’è nulla che abbia più importanza per te…

Quando questo pensiero riesce ad emergere dall’apnea in quel mare d’ansia dove cerco di galleggiare, allora sento dentro una leggerezza, una pace che dissolve ogni angoscia.

Sento che ce la faremo,… se guardiamo qualche volta in più il cielo e ci affidiamo a qualcuno di più grande che tutto ha progettato e previsto.

Sì, anche per noi c’è un senso: anche per te, Valerio.

Perdona la mia stanchezza, quando la mia voce sale di tono per un tuo capriccio. Le mie risposte sbrigative davanti alle tue insistenze prolungate… Ti chiedo scusa di non saperti chiedere scusa! Non come lo fai tu! Quando chiedi scusa in te c’è una preghiera, in tutto il tuo essere. “Continua a darmi il tuo amore, mamma”.

Ma oggi ho anch’io qualcosa da chiederti.

Continua a stringermi forte e a guardarmi con quegli occhi limpidi, pieni di fiducia e stupore, così trasparenti perché io vi possa scorgere Dio.


FRANCESCO DI TRAGLIA

Ricordi, mamma, quand’ero bambino? Avevo sempre le ginocchia sbucciate e giocavo nel portico inseguendo le mille farfalle che erano i miei piccoli sogni. Ricordi l’altalena? Non arrivavo ancora a toccare con i piedi la terra ma già volavo con gli occhi oltre l’orto, più in basso, e poi là, su in alto verso le nuvole, quante volte le ho scalate con la fantasia! Dondolandomi in quel lieve ed eterno riposo del tempo, guardavo col dito il gelso e le sue foglie ancora troppo lontane per me e tu mi imboccavi, la sera. E quando giocavo a nascondermi? Ricordi come ti chiamavo ridendo da dietro la tenda e ti dicevo:”Mamma, non ci sono più!”?

In quella mia vita leggera come un esile filo di seta, in quel disegnare passi incerti nella rena stava tutto il mio piccolo mondo. Mamma, ricordi una sera d’estate quando ci fu quella visita? L’ho custodita a lungo nel cuore non avendo allora le parole, ma oggi l’ho ripresa e indossata come un delicato monile, perché non muoia sempre con me.

Bussò alla porta una donna sconosciuta e fragile, portando con sé il caldo sapore dell’est. Il petto stanco e arso da lunghi giorni di solitudine teneva un bambino nudo, afflitto nel suo silenzio come un angelo malinconico del suo paradiso. L’angelo chiese qualcosa a stento con gli occhi e a questi l’eco della madre. Io mi nascosi intimorito e affascinato ad un tratto, pensando che quell’ombra di donna fosse una delle tante fate a volte immaginate dalle favole, che si nascondono tra gli sterili gesti del mondo e bussano alle porte della gente per vedere se esiste ancora buon cuore quaggiù.

Io ti vidi salire allora in camera mia. Incuriosito ti venni dietro con quella leggerezza che avevo imparato nei miei giochi e ti vidi entrare. Prendesti da sotto il mio letto una grande valigia verde, di quelle che nascondono tesori e togliesti quel po’ di polvere che c’era. Con dolcezza l’apristi e io ti vidi prendere una scarpina e poi l’altra, un vestitino bianco, una cuffietta. Vidi anche la cura con cui prendevi, spiegavi e ripiegavi, come per non rompere quel magico sonno in cui gli oggetti erano immersi da tempo, come se avessero avuto vita. Non li ricordavo come miei, non li conoscevo, ma capii che erano stati una parte di me. Poi vidi luccicare una lacrima.

Quando quel bimbo dell’est, non più nudo ma candido fagotto, ti salutò col suo silenzio di prima, mi sembrò di fuggire via da te.

Chissà se quel tesoro ha più avuto uno scrigno prezioso come quella vecchia valigia verde, o se sarà stato gettato via una volta sporco, se sarà stato ancora lavato dall’amore o per sempre perduto dall’indifferenza? A me è rimasta la dolcezza di quelle carezze, mai mutata anche quando cominciai a non avere più le ginocchia sbucciate e a non andare più sull’altalena.

Mamma, ora che ho le parole capisco che amavi, e mi insegnavi ad amare, morendo ad ogni gesto un poco.


OMAR D’ANASTASIO

Dublino 10 aprile 2003

Buongiorno Amore mio,

Ho aspettato tutta la notte ed all’alba hai aperto i tuoi occhi ancora stanchi, alla luce di un tiepido raggio di sole e sei fuggita in bagno. Sono stato al tuo fianco nell’oscurità della stanza e di quella notte d’aprile, seduto su di un letto che brillava grazie alla luce della stella più bella ed irraggiungibile. Una stella che brillerà in eterno. Ho sfiorato appena ogni centimetro del tuo corpo, accarezzando le dolcissime curve col cuore e con la mente e con gli occhi… incantati dalla fine ed ammaliante tua figura. Dormivi col braccio destro sotto quel cuscino che ti proteggeva il capo, i tuoi morbidi capelli profumavano alla frutta (forse albicocca) e cadevano lunghi come il gambo della rosa più bella, lunghi sulle tue spalle fino a raccogliersi a proteggere I tuoi seni che restavano per ciò caldi e inarrivabili. Lasciavi riposare l’altro braccio sul tuo fianco e quella mano dalle dita affusolate ma perfette, fiere diq uel sospirato anellino, quell’ostinato legame, toccava il letto disfatto qualche centimetro sotto il cuscino. Le gambe di fianco l’una sull’altra, la sinistra sulla destra, volgevano appena verso il gembo piegando le ginocchia dietro, stringendo le caviglie. Avevi i piedi vestiti di comunissimi calzini bianchi. L’espressione del tuo viso mi era nuova e gli occhi stanchi, socchiusi, rapivano i miei, arroventando le labbra ramai asciutte da troppo tempo. Nella stanza, così gelida di vento d’Irlanda s’udiva a stento il tuo respiro profondo, ed i chiari polmoni che si caricavano di quell’aria gelida, osannavano il petto, per poi chiuderlo nelle spalle. Per tutta la notte. La nostra stanza era sempre più fredda. Allora mi sono mosso dal letto, per confinare fuori dalla finestra l’Irlanda e tutto il mondo. Adesso sì che eravamo davvero soli. Ti ho coperto le gambe fin sopra i fianchi con quel lenzuolo che era rimasto arrotolato in fondo al letto, e mi sono steso al tuo fianco, insonne. Amo ricordare tutto ciò che stanotte ci siamo detti, anche se fa male pernsare a quelle dolcissime parole che la mia bocca attingeva dal cuore, un cuore stanco che piangeva a bassa voce per non svegliar nessuno. Il mio cuore stanco d’amore per te che non ci sei più. Avrei voluto perdermi per sempre dentro di te stanotte e avrei voluto perdere quell’aereo, per restare davvero senza di te, per sempre. Tra due possibilità, ho scelto di tornare, sbagliando. Perché tu partirai di nuovo molto presto e, sarà per tutta la vita. Una vita senza di te. Forse eri già andata via da tanto tempo e la mia testa non ancora se ne rendeva conto: era il cuore a comandare. Da adesso in poi non voglio ricordare più nulla, perché fa male non averti più vicino a me. Sei andata via e non c’è più pace nella mia vita e vado alla riconquista della mia vecchia casa che mi manca come la tua ostinata e sottile indifferenza. Eri sempre così… indifferente. Molto presto tornerò a casa mia ma non sarà per sempre perché appena dopo fuggirò via. Fuggirò da tutto e tornerò ad amarti con il cuore del mio passato. Amerò te, che sei venuta per prima e per prima mi hai spaccato i sensi ed il cuore lasciandomi così, su quel letto disfatto e caldo ancora del tuo corpo. Così, vorrei… ma non ho più nulla dentro. L’assenza, la mancanza e la volontà di scrivere di te, però ho voglia e mi manca. Ancora parole confuse e frasi senza alcun senso, viaggiano nella mia mente alla ricerca dell’ordine perfetto. Rimpiango te mia musa, sarai per sempre, ispiratrice della mia poesia. Ho perso la fiducia e la speranza d’essere come prima, Amore. Amore prima di cosa? Fatto. Il ricordo è indelebile come china su carta. È impossibile tornare indietro, del resto il tempo governa: le menti, i sogni, i cuori. Il cuore è chiuso. Marginale è però la rassegnazione così passo momenti a ricordare i bei tempi e i cattivi attimi. Adesso guardo avanti, finalmente penso al domani, spero in qualcosa di migliore e non creo più come prima. Nonostante tutto, alle volte sorrido e non voglio più esplodere ma cancellare tutto è difficile. Ormai tutto è stampato su mente e carta. Amore mio chiamami folle se vuoi, mi disseta solo il termine. Vivo nella sventura, ogni giorno. Ho smesso di tormentarmi con idee assurde: le mie ambizioni tramontano adesso assieme al tuo ricordo insoddisfatto e, come dissi, dolce. Ignoro la critica ed esaudisco i desideri altrui, mi chiamo Genio. Ma tu amore mio, non l’hai mai riconosciuto e mi hai fatto amare. Per tutta la notte. Andiamo amore mio, il nostro aereo sta per partire. La strada delle coincidenze e degli errori sta per dividersi per sempre, lasciandosi dietro solo parole silenziose e un amore da stadio. A presto. Omar


MARIA CARLA MARTINI

Boves 28.4.05

Correva l’anno 1956, avevo 7 anni, frequentavo la II elementare in una scuola di una piccola frazione, 3 classi in una sola aula e una affezionatissima maestra che portava lo stesso mio cognome, ma non eravamo parenti. La scuola mi piaceva, ma quando arrivava la primavera guardavo sempre l’ora di tornare a casa dove mi aspettava il mio più grande amore a quattro “zamponi”. Era una mucca, l’animale che amavo di più. Si chiamava “Pauna” (pavone). Già il nome era civettuolo e le si addiceva. Pauna era una mucca speciale. La vedevo ed era enorme, bellissima, con gli occhi grigio verdi, due corna corte per tenerla legata quando la portavo al pascolo. Con le mie stesse mani le avevo preparato una corda con le foglioline di granoturco che somigliava a una lunga treccia, quando le legavo le corna mi sembrava una regina con la corona. Pauna aveva una lunga coda morbida come un piumino, due materne orecchie per sentirmi quando la chiamavo o la salutavo. Con lei ho passato molte ore liete e divertenti, le parlavo, la accarezzavo, con mano leggera la strigliavo aon la “frusa” (spazzola ruvida). Se ci penso provo ancora adesso la stessa sensazione che provavo quando mi leccava le mani piene di sale. Con lei ho diviso la merenda quando ero al pascolo, le piaceva il panino pieno di salame cotto, allora non esisteva la nutella… Mi capiva quando le dicevo “soo” (sinistra) girava a sinistra, se le dicevo “eiss” (destra) girava a destra… Ma come tutti i grandi amori, un giorno mi ha tradita sferrandomi un calcio. Erano le dieci di un giovedì mattina, Pauna era nella stalla coricata con le sorelle (Biunda, Bianca, Rusa, Venezia e Stella) e stava ruminando. Io mi avvicino, le dico: “Su, Pauna, alzati che devo mungerti un po’ di latte per questi 3 gattini affamati e senza mamma”. Come sempre mi hai ubbidita e io con una grossa scodella in mano mi metto a mungere, forse perché inesperta ti ho fatto male. Fu a quel punto che mi arrivavò un forte calcio, rompendomi la scodella e facendomi un profondo taglio al pollice, segno che porto ancora adesso. Preso un grosso fazzoletto mi fasciai il dito e tornai nella stalla, la guardai negli occhi e chiedendogli “perdono” la accarezzai e le dissi: “Come sempre hai ragione tu perché a quest’ora del mattino non è ora di mungitura e tutte le mucche se sono in salute stanno ruminando come facevi tu e non ti dovevo rovinare la digestione. Subito facemmo pace e tu mi leccasti la mano ferita come segno di amore. Passano gli anni, arrivo alla fine della mia istruzione scolastica, cioè la V elementare. A dodici anni inizio a lavorare. Un brutto giorno d’inverno arrivo a casa per pranzo, vado nella stalla per salutare la mia adorata Pauna e mi trovo un brutto uomo, il classico “uomo nero”, era il macellaio del paese che aveva appena acquistato un vitello, e guardando Pauna con disprezzo dice al mio papà: “E questa “racchia” aspetti che muoia di vecchiaia o la vendi a me che ne faccio bollito? Perché vecchia così va solo più bene a metterla nella pentola”. Il giorno dopo la vedo di nuovo arrivare con la “biga” (carro per caricare gli animali). Capii quello che stava per accadere, gli vado incontro, lo guardo dritto negli occhi e con tutto il fiato che ho in gola gli urlo: “BESTIA!!”, e con una linguaccia rivolta a quel brutto macellaio mi allontano e vado sotto il grande salice piangente a versare tutte le mie lacrime. Da quel giorno ho odiato tutte le grosse pentole e non ho più mangiato bollito… Con un cuore ferito, arrivano i diciotto anni, incontro il mio principe azzurro dagli occhi verdi, lo scruto dalla testa ai piedi e nonostante avesse il cervello fine non aveva le scarpe grosse del contadino e neanche possedeva una stalla e tanto meno Pauna e le sorelle. Per non aggiungere dolore al mio povero cuore, apettai diversi mesi a chiedergli cosa faceva di lavoro… Era un muratore, possedeva una cazzuola e con grande amore costruì una capanna di mattoni, dove ancora adesso dopo 33 anni battono innamorati 2 cuori, 2 figli, 2 bambine che mi chiamano nonna e mi dicono: “Nonna, raccontaci ancora la storia di Pauna il tuo primo grande amore a 4 zamponi…” Sono passati più di 40 anni e tutte le volte che vado in montagna e vedo una mandria, mi avvicino, le osservo tutte per vedere se non un “sosia” ma almeno una mucca somigli alla mia Pauna. Non l’ho ancora trovata: perché Pauna è come Naomi Campbell… unica!

P pacioccona cara A amata amica d’infanzia U unica al mondo N Nobel di bellezza A andamento regale


MARIA GIORDANO

Il menu di oggi, 25 aprile 2005,

preparato ora da me con cura per la mia famiglia comprendeva: frittata di asparagi, carciofi arrostiti, funghi arrostiti, due minestrine, l’una a base di riso e spinaci, l’altra con lenticchie e pomodorini del Vesuvio, per secondo invece, siccome due dei figli sono vegetariani e due no, per gli uni ho preparato mozzarelline impanate e fritte all’uovo e per gli altri un cocktail di gamberoni giganti e un arrosto.

Per chiudere, macedonia di frutta esotica per tutti, innaffiata con un goccio di spumante Ferrari, quello buono.

Beh, devo dire che è un menu da ricchi e preparato dal miglior cuoco, una mamma.

Non ricordo, eppure ho 54 anni, che nella mia famiglia qualcuno di noi abbia mai usufruito del piacere di un lavoro a posto fisso corredato da relativi contributi e opportuni stipendi con tredicesime e quattordicesime, neanche ho memoria di cospicui conti in banca o di rendite relative a proprietà, e meno che mai di aver qualcuno di noi abitato in una casa senza dover pagare il relativo fitto, neanche ricordo di eventuali floride aziende da noi gestite, anzi, tutt’altro, e mai e poi mai qualcuno di noi ha ricevuto eventuali lasciti, già!, ma neanche abbiamo mai fatto parte di progetti personali o a dipendenza di natura delinquenziale.

Ho guardato la mia giovane tribù che mangiava con gusto. Di tanto in tanto le due sorelle per schernirsi e prendersi gioco del fratello e riderne, giacché lui parla solo in italiano e nella sua lingua madre cioè il dialetto napoletano, si scambiano qualche battuta in francese in inglese e qualche piccolo spruzzo di tedesco. Già! Dimenticavo, hanno avuto anche un’istruzione superiore, ricordo bene quanto erano costosi i libri e le tasse, in specie quelle universitarie. Come ci sono riuscita? E che ci vuole, è semplice! Ci ha pensato sempre Lui. Adesso è un anno che finalmente ho trovato il sistema per ricambiarlo, ma è così poco quello che faccio per Lui. Tre digiuni a settimana di 24 ore solo a acqua. Beh, neanche questo è merito mio. Fu Maria, lo scorso anno, quando andai a visitarLa a Pompei che me lo suggerì. La Loro è una Voce che senti dritto dritto dentro l’anima. È forte e chiara. Canterellavo anche stamani, giorno di digiuno, mentre felice spiattellavo gioiosa per preparare il nostro menu. Ah! Quel Padre, quel Figlio, quello Spirito Santo che mi sono stati Padre, Marito, Compagno, Fratelli, Eppure la mia è stata una vita niente facile, ma proprio niente niente. Già! Ma quando mai mi hanno lasciata da sola con tutti questi figli e quegli o questi ingenti e meno ingenti problemi? E io? Invocavo disperata il Loro aiuto e spesso avevo terrore allo stato puro, qualche volta “litigavo” col Signore e non onoravo mia madre (morta da tempo) inveendo contro di lei perché mi aveva lasciata sola. E il mio papà? Lui pregava ma io non gli dissi mai delle mie difficoltà. Non era ricco, perché avvilirlo? Sono figlia di due grandi operai. Ho ancora in bocca il Sapore Soave del mio Gesù, lo amo tanto, oggi e ogni giorno di digiuno posso mangiare alla Sua Divina mensa ben due volte. Ne sono talmente presa e felice, che se potessi forse digiunerei anche qualche giorno in più, ma per il corpo affidatomi dal Mio Signore questo sarebbe pericoloso, e io non sono una sconsiderata. Stamane era festa al lavoro e ho potuto anche pregare un po’ di più. Ma quando non posso leggere le Orazioni e cioè durante i giorni feriali, mentre taglio un panino a un avventore o aggiusto una cassetta di pomodori o sto pulendo un vetro di un banco, la mia mente si unisce alla mia anima e insieme coniugano pensieri e preghiere, mentre il corpo già “istruito” coordina i suoi movimenti nel lavoro con la massima attenzione e precisione. Beh! Devo dire che neanche questo è merito mio, è Dio che gli ha sempre illuminato il mio intelletto, io ho solo e sempre guardato dritto dritto Lassù, null’altro. Ma forse un piccolo merito ce l’ho, ma piccolo piccolo, non mi sono mai distratta un attimo, neanche quando stavo, per i problemi della vita, nel più profondo degli inferni. Grazie Gesù che mi hai voluto così.


RENATO MINORE

Il soffio della chiave

(da una lettera d’amore mai spedita)

La porta chiusa della tua infanzia: entrava davvero in un solaio inaccessibile? La porta che ti aveva sempre negato l’ingresso dove avresti voluto finalmente fermarti, magari anche in un angolo stinto e senza storia..

C’era sempre una porta che si opponeva a ogni tuo desiderio, a ogni tua fantasia. A volte t’eri esercitata a sentire le voci oltre la porta, a immaginarle: il fruscia-re d’una marina (e come poteva esserci acqua oltre la soglia?), il battere di un tegame (ma che razza di cucina era?), il guaito d’un cane (soffriva? cercava qualcosa?).

La vita ti era sembrata sempre oltre quella soglia. Aveva i colori festosi, come nei quadri che più amavi o nei paesaggi che ti avevano sempre incantato. Aveva i fragori di un temporale estivo, improvviso e scrosciante, e ti pareva di vedere la cappa delle nuvole, gli alberi piegati dal soffio del vento, i lampi elettrici nel-l’aria, la fuga dei bagnanti, un telo rosso spinto dalla furia insieme a un canot-to giallo lasciato da un bambino sulla spiaggia…

Avevi spesso immaginato te stessa come una reclusa, una donna chiusa in una stanza che aspetta una porta che si apre. Dall’altra parte fiorivano le voci, a volte addirittura i canti, in una lingua misteriosamente casta e liturgica.

Davanti a ogni porta avevi immaginato un custode, ora un guerriero d’altri tempi, con tanto di spada e di corazza, ora un guerriero avveniristico, con la tuta spaziale e la pistola a laser. E un giorno uno di quei Custodi, era il Principe dei Custodi, approfittò dell’ora pigra che favoriva i ristagni di Saturno.

Si librò nell’aria e fece dondolare davanti a sé un voluminosissimo mazzo di chiavi. Erano le chiavi di tutte le porte che aveva trovato davanti a sé. Le avevi attraversate mille volte con il pensiero, erano restate sigillate per sempre.

Il Custode mostrava la sua merce allettante e sembrava disposto a cederla. E con un gesto improvviso lanciò una chiave dorata a forma di uccello, che girò nell’aria avvitandosi su se stessa e poi ti cadde vicina, vicinissima. Quale porta avrebbe aperta? Quella orientale che aveva un’intelaiatura di zaffiri? O l’umile porta di legno segnata dalla laboriosità contadina?

Raccogliesti la chiave e vedesti il Custode svanire dentro l’orma tracciata dal suo stesso passaggio. E la chiave ti apparve in quel momento come il pianto che da bambina ti aveva spesso liberato dagli incubi notturni. A quel punto non sapevi se gioire per averla presa o sperare che ti cadesse definitivamente di mano. Per diventare fumo e nulla, come il Custode.

Perché non mi ami più?


ANTONELLO GUERRERA

Amore di sottane nascoste,

grigio è il cieco che non vede i vessilli nostri, sventolanti carezze e baci, che un tempo respiriamo. Ogni mattina sovente prendo posizione eretta e penso alle ore, quelle simpatetiche ore, tra le quali ci nascondevamo dal mondo e volava-mo via, senza occhiate straniere di pudore…Ogni ora è un secondo, ogni minu-to è secondo.

Mi dimentico sempre delle lacrime, che spremo dai battiti del cuore, sospeso all’insù, impiccato d’attrazione e che mai più scenderà, fino al tempo in cui gocce del passato scriveranno libri profumati e ogni pagina sarà un ricordo di follia.

Dalle stelle non cadenti ti amo, ti amo nei decorati letti delle tue pupille, che piangono nascoste, quando con i gioielli del sesso ci crediamo signori di alte montagne e le prepotenti valanghe furiose regalano neve sciolta alle anime di greco respiro. Quando i nostri occhi si incontrano, tra tempeste e gloria, sco-priamo quanto siamo fragili, a differenza del nostro amore, che potrà calare numerosi sipari, che forse è abbagliato dai silenzi, ma che mai potrà smettere di sussurrare, alle dee e alle baccanti, che anche noi abbiamo vissuto nell’Olimpo…

Quando l’amicizia è finita, e con lei i tuoi sguardi obliqui, il pungente calore delle tue labbra baciate erano fiamme del vento che spira dispettoso; le nostre labbra, gemelli divisi nascituri, avevano provato la solitudine più bella.

Quanti chilometri possono dividerci? Quante nuvole ci guardano separati e consci delle nostre mute foglie? Forse nessuno o forse tutti: questi sono i preziosi templi che hanno nostalgia, della nostra calda rugiada. E’ l’infinito che scompare in amore, perché l’amore è l’Infinto, anche se talvolta si vergogna del suo immenso e si china tra gli umani, sulla loro isola perduta.

Ieri ho sognato i tuoi pensieri ed essi, tra folle di soffusi incensi, mi hanno baciato le tempie, quelle malate e cagionevoli delle tue parole senza musica. Di qui ho letto i tuoi nudi sentimenti, che parole non conoscono per ripercuoterli di realtà; l’animo mio soleva imprigionarmi, io sono rimasto libero, ma sono più schiavo degli ignoranti.

Musiche terrene mi permettono di sfiorare i cieli abbandonati, li tocco e scivolo via, assieme a strumenti dimenticati.

E quanti dolori valgono le nostre stanze vuote? Quante storie di sublime deli-zia potevano ripararsi dai freddi bisogni, persino negli angoli più bui, tra i nostri desideri dietro sbarre di trasparenza sottile? Le domande. Alle tue risposte.

Dalle finestre di speranza offertemi, lascio mesto i miei baci al vento, sapienti alati messaggeri, che adempiono ai loro sacramenti, scritti dal dio Amore, quando la cetra suonava gli antenati delle note. Torno in me stesso e credo che tutto questo non serva a nulla, se non alla grazia dei sogni, che inascoltati ed incompresi, sbadigliano di suprema conoscenza sul dormiveglia della realtà.

Sono in volo ora. Di disperazione, di disprezzo, di disillusione. I diaframmi sono rimarginati tra le ferite del cielo. Un raggio di sole mi ha salutato con dovizia e mi ha posto prontamente: “Hai paura di cadere?” E io: “Sempre”. Ma Amore, con i suoi compagni, è la rondine beata, che fa fluttuare il fato mio e mi abbandonerà quando le tue ali sbocceranno sugli specchi della mia strada, e lì, nell’azzurro sottile, sicuri ci incammineremo, verso nuove colonne d’amo-re.

Ti avrei ucciso, sei morta, d’immenso. Avrei voluto ucciderti. Sono morto. Ti ucciderò.

La Tua resurrezione


VALENTINA PEDICINI

“La vita mia, il mare la cumanda”

Brindisi, 8 settembre 2006

Ghiatò, figghiu miu…

Avi giurni cà nun mi rispundi chiui allu telefunu.

Lo saccio ca’ sta lavori assai, beddo di mamma toa. Ma sai puru ca’ ci nu ti sien-tu mi pigghia la paura. Me sta fazzo aiutari da sorda cu ti scrivo sti quattro righi, ca edda ppi fortuna, è sciuta alla scola e le lettere le conosce. E brava, ma lu meritu è lu tua, ca’ nun saccio come, ni mandi ogni semana li sordi cu ci catto li libri. Pure tu eri bravo, mamma toa se lu ricorda. Studiavi puri di notti subbra la barca e t’ha quasi ruvinato li uecchi, ca luce nun c’è nnera in mare, se non quedda de la luna. Minavi le reti e mentre l’altri ridevano e mbivivano, tu sulu sulu ti stendicchiavi subbra lu legnu duro e leggevi, leggevi. La mattina quando tu e tanuta turnavate a la casa,c’avivi la facia jancu e contenta, ma na stanchezza ntra l’ssa ‘ca parevi ‘nu vecchio. Però, ancora tinevi la forza cu mi pigghiavi ‘m’ brazzo, cu mi sullivavi fino allu soffitto e cu mi riempivi la faccia di baci. Nu caffè veloci e poi alla scola.pure al notte in cui lu mare se nghiuttu-tu tanuta, stu mari maledetto ‘ca nci dai da mangiare ma si pigghia senza com-plimenti li figghi soi cchiù devoti, mai azato fino in cielo. Niente baci però, da matina, ma sulu acqua amara, ca’ quando m’ha pusato nterra le lacrime toi s’eramoni mbiscate cu le mie. Niente scola du ‘giurno e manco tutte l’atre mati-ne dopo. A vuluto turnare subbra lu mari assassino,ca’si sempre stato piscato-ri a testa dura. Quando la notti ti vidia partiri, mi muria sempre nu picca. E nun dormivo fino a quando nun sentia le chiave ntra la serratura. Nu mi bacia-

  1. cchiù, ma mi lassavi nu sacco di sordi subbra lu cummò, cà io però nun l’ag-gio mai sintuto cà ntra mare si poti pescare l’oro; ma , io te lo dicea sempi: “stati attento, Ghiato, cà quist’acqua nun ti regala niente e queddo cà ti dai, poi selu ripigghia”. Poi, ntre lu quartieri, s’è sparsa la voci brutta ca’ tu scià pigghia-
  1. le sigaretti dall’altra vanda di Brindisi e ca’ li vindivi la matina abbiscio allu mercato. Io nun ci vulia creteri, ma lu cummò era sempre chino di sordi e tu sempre cchiù triste e jancu. Li uecchi toi s’erano rifatti grandi picciè non leg-gevi cchiù, ma era come se dentro non ci battesse cchiù la luce della luna, ma tuttu lu sporcu ca’ si pote trovare ntra lu portu di sta città. Pure l’atra sera, quando te na sciuto e facevi finta di ridiri, io m’aggiu sintuta murire, ca’ eri ppari pari a tanuta quando l’hanno ripurtatu ntra casa, tuttu jancu e friddu. Parevi già mortu, figghiu mia. Ghiatò, io lo sacciu che tra quedde onde tu cir-chi li sordi, na vita cchiù giusta pì tei e tutta la famigghia toa…ca’ cerchi anco-ra tanuta. Ma ascolta la mamma toa, ca’ ti ama cchiu della vita stessa. Ci tradi-sce lu mari, iddo tradisce te. Ci peschi pi trovare oro, iddo ti restituisce morte.

CINZIA PETRINI

Esiste un posto in me, dove vive il tuo colore. È lo stagno di una palude, un silenzio senza tempo, un ponte di bava di un ragno, che arriva nel mistero del-l’anima. Sono scesa laggiù, camminando su fili appiccicosi, per ritrovarti. Ho respirato l’odore di edera che mi abbracciava, in un fruscio di timore e deside-rio, tra le forti radici del nostro ricordo rampicante. Poi, mi sono seduta, nel fresco che hai portato per me. Ho dovuto lottare per non farti domande, ma appena ti ho aperto la terra scura dei miei occhi, per avvolgere con amore la tua acqua ferma, il perdono ha posato petali di fiori di campo sulle mie labbra, mi ha fatta attraversare la paura del silenzio e arrivare alla pace. Ho appoggia-to il viso alla tua mano fredda e tutto è diventato vuoto. Tutto ciò che voleva essere, ero: un abbraccio di corrente di vita. Incatena nel cuore il segreto della magia di questo regalo, perché diventi la tua forza. Tieni questo dono in mezzo all’intreccio dei pianeti che daranno forma alla tua vita futura. E, appena ver-rai rimandato su questo pianeta, per rimettere alla prova la tua voglia di accet-tare la sfida del vivere, usalo per urlare il tuo “No!” contro la debolezza. Cercalo, quando incontrerai nuovamente lame che ti faranno a pezzi, e senti-rai la voglia di supplicare quei fendenti argentati di annientare, ancora, l’ulti-mo tuo alito. Succhialo, adesso, da ogni mia ferita, berrai la certezza che il dolore è solo un’illusionme. Il dolore è come la luna. Sai, la luna porta ombre, ogni cosa può deformarsi e la mente può tremare per i mostri che, dal buio, entrano inaspettatamente nello spalancarsi della bocca. Ma, in verità, lei giun-ge nel cielo solo per permettere un po’ di riposo al suo sposo celeste. Appena la luce calda la spinge via, lei si inchina e lascia che ogni dubbio diventi una sago-ma chiara. Promettimi che saprai aspettare il sole, per svegliarti senza l’incubo della tua voglia di arrenderti. Guardami, guarda come cammino, per te, su que-sta ragnatela. Sono un’equilibrista, in bilico tra la vita e il suo mistero, senza che la paura riesca a bloccare i passi. Ricorda che esiste un posto in noi, dove un ragno tesse un ponte per unire tutti i colori della terra e quelli dell’infinito, dove non c’è nostalgia, né speranza, non c’è nulla, solo energia immortale, che unisce le sponde di due mondi opposti. Vedi? Siamo lontani, eppure ci tocchia-mo: sento diventare calda la tua pelle, mentre incontra le mie lacrime felici. Non scordarti mai di questo arcobaleno invisibile, non ha spazio né tempo, ma rimarrà per sempre tuo, in qualunque spazio e in qualunque tempo.

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ALESSANDRA CATTORI

Cara mamma, caro papi, cara nonna Gina, cari nonna Begonia e nonno Ponzio; questa è una lettera per voi. Scusate se ne scrivo una per tutti e non una cia-scuno ma non so quanto tempo ho ancora e poi non è che ho già imparato a scrivere tanto veloce, quindi meglio sbrigarsi.

Oggi a scuola il mio compagno Lucio ci ha detto a ricreazione che suo papà gli ha detto che presto arriveranno i marziani. È una notizia sicura perché glielo ha detto suo fratello che conosce la zia del figlio della suocera di uno scienzia-to che lavora alla NASA in America. Ci ha anche detto che vengono sulla Terra perché prima di venire a vivere qui anche loro, vogliono conoscere bene il popolo degli umani e quindi porteranno via un po’ di gente. Dice che preferi-scono le bambine che hanno circa 8 anni e i capelli scuri e anche un po’ roton-dette. Quindi io sono proprio perfetta per loro. A dire la verità ho un po’ di paura, ma Lucio dice che è un onore essere rapiti dai marziani e che poi mica ti mangiano, dopo qualche anno ti riportano indietro dove ti hanno preso. Lui vorrebbe andare anche lui con i marziani ma dice che è troppo magro e quin-di non lo sceglieranno di sicuro.

Prima di partire volevo dirvi quanto vi voglio bene a tutti; perché i marziani non avvisano in anticipo, ti prendono di sorpresa e non ti lasciano il tempo di salutare nessuno. Allora è meglio scrivere tutto perché se poi arrivano già que-sta sera dopo la scuola magari non vi ho ancora visti.

Lo sapete che vi amo tanto, anche se certe volte faccio i capricci o dico che non capite niente. E quando mi mettete in castigo (la mamma e il papi, voi nonni non lo fate mai…) io mi arrabbio tanto ma però vi perdono lo stesso perché magari pensate che è per il mio bene (ce lo ha spiegato la maestra). Quindi volevo dirvi che non fa niente, non dovete piangere se io vado via con loro per-ché di voi penserò sempre bene. Quando mi fate le coccole e mi portate in giro mi sento così contenta e penserò a quei momenti quando sarò nello spazio. Non so se potrò scrivervi da là , forse posso farvi avere notizie dal papà di Lucio che suo fratello conosce la zia del figlio della suocera dello scienziato che lavo-ra alla NASA che è in contatto con i marziani.

Nonna Gina, se si può mi mandi la tua torta al cioccolato su Marte?

Mi mancherete tantissimo. Non sono stata da sola senza nessuno di voi nean-che un giorno. Devo stare nello spazio per qualche anno, magari quando torno avrò già 11 o 12 anni e sarò un po’ matta come la cugina Katia che si mette sempre il rossetto, anche per andare al lido. Voi mi vorrete riprendere a casa lo stesso, vero? Non è che vi dimenticherete di me spero. Io non vi dimenticherò mai, neanche se tornassi quando avrò 18 anni, perché voi siete tutto per me, siete la cosa più importante della mia vita. Più del balletto, più delle feste di

compleanno dei miei compagni e molto più della Play Station. Però voglio esse-re forte quando sarò lontana e non voglio che voi piangiate tutto il tempo come

  • successo in quel film di settimana scorsa, di quella mamma che non faceva più niente, restava seduta tutto il tempo a piangere perché la figlia se ne era andata. Tu mamma devi continuare ad andare in palestra e fare la spesa, il papi deve lavorare e fare gli aperitivi con i suoi colleghi, il nonno deve curare anco-ra l’orto, la nonna Begonia deve fare tutti quei pullover di lana e la nonna Pina non può smettere di fare le sue golosissime torte (quella al cioccolato se può deve mandarmela).

Perché anche se io non ci sarò per un po’, voi dovete essere contenti lo stesso, io vi voglio troppo bene e non voglio che siate tristi.

Adesso vado subito a spedire la lettera, perché i marziani arrivano senza avvi-sare e magari già subito. Quindi scappo un attimo durante la ricreazione ma dopo torno subito a scuola, tanto la posta è appena qui dietro.

V.V.T.B (vi voglio tanto bene)

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NICOLA MORGANTINI

Dolcissima Maria Laura,

Non vorrei vederti mai più. Vorrei dimenticare i tuoi occhi, i tuoi capelli, la tua voce. Vorrei dimenticare le tue mani, il profumo della tua pelle, il sapore delle tue labbra. Vorrei non averti mai conosciuta. Ormai ci comportiamo come due estranei. Ci salutiamo, ci sorridiamo, a volte scambiamo qualche battuta. Sempre in modo educato, asettico, distaccato. Sembra che siano passati mille anni dall’ultima volta che abbiamo fatto l’amore. Ricordi? Ricordi il fremito dei nostri corpi? Ricordi i nostri gemiti di passione? Sembrava non dovesse finire mai. Sembrava che il tempo si fosse fermato, che il mondo non esistesse. Sembrava che noi fossimo sempre stati lì, l’uno nelle braccia dell’altra. A volte, quando socchiudo gli occhi, mi sembra di sentire le tue labbra e le tue mani che mi cercano, che mi sfiorano. Perché? Perché non ti lasci amare? Perché stai tenendo a freno il tuo cuore, la tua passione, il bisogno che hai di me? Io lo sento, quel tuo bisogno. Lo sento nella tua voce, quando mi parli del più e del meno. Lo leggo nei tuoi occhi, quando fai finta di guardarmi in modo distrat-to. È lo stesso bisogno che ho io di te. Lo stesso disperato bisogno. Eppure è un bisogno che entrambi abbiamo messo a tacere: tu per libera scelta, io in conse-guenza della tua scelta. Ti comporti con me come una cara, vecchia amica. E io mi sto conformando, seppur a malincuore, al tuo modo di fare. Anch’io ti parlo di cose futili, banali. Anch’io ti saluto in modo cordiale, ma distaccato. Anch’io faccio finta che non ci sia mai stato niente tra noi: assolutamente nien-te. Vorrei amarti, ma tu me lo impedisci. Vorrei che tu fossi mia, ancora una volta, ma tu continui a negarti. E allora… allora sai una cosa? Vaffanculo! Vaffanculo te e che t’ha fatto. Ma chi cazzo ti credi d’essere? Pamela Anderson? No, dico, ma chi cazzo ti credi d’essere? Io mi sono rotto i coglioni di fare l’ami-co, di sperare che tu mi dica qualcosa di carino, o meglio, tanto per essere sin-ceri, che ti decida a ridarmela? Hai capito o no? E poi, la vuoi sapere un’altrra cosa? Da una settimana scopo con un’altra. Certo, lei non è un gran che, tu sei molto più bella, molto più dolce, molto più tutto. Ma almeno ha il vantaggio di farsi pochi problemi. Anzi, di non farsene nessuno. Nessun cazzo di problema: ci vediamo la sera, facciamo due chiacchiere (ma giusto due) e poi, senza tante manfrine, senza tanti pussy-pussy lalli-lalli, chiaviamo come bestie in calore. E come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Ma tu queste cose non le puoi capire. Eh no, tu devi sempre rendere complicate anche le cose più sem-plici, più spontanee. Continua così, dolcissima Maria Laura. Continua a far finta di niente, a tenerti tutto dentro. Continua a fare l’amica. Io, intanto, con-tinuo a scopare: alla faccia tua.


MARIA IRENE CALAMOSCA

Anima da sempre rincorsa, cercata in luoghi più impervi, e poi finalmente rag-giunta… Eri davanti ai miei occhi!

Da ore resto immersa su questa carta, senza trovare una parola capace di spie-gare il nostro tempo insieme; eravamo scritti sul grande libro del sempre, fin da bambini, quando tu mi strappavi alle acque tortuose del ruscello -ai nostri occhi un torrente in burrasca- .

E anche oggi, ogni giorno, mi salvi: sono miope (ti divertono le mie palpebre spremute per distinguere i contorni), ma lo vedo lo splendente scintillio che avvolge il tuo dono, anche se lo porgi su di un dito per celarne il vero peso.

Tu mi salvi, m’impedisci di cadere, ogni volta che scherzi sul pigiama confetto e le papusse che indosso, che diventi giullare per comporre i frantumi dei miei piccoli drammi, ed apri il mio umido volto rubizzo di pianto al sorriso chia-mandomi bella, che mi porti le paste per dirmi “tombolina”, che mi tieni forte la mano, e rapendo i miei occhi: “preghiamo”.

Talvolta interrogo gli eventi, e sempre rispondono che nulla di noi è un caso: non lo è ritrovarci a un concerto d’inverno, tu amabile pubblico e io improvvisata ese-cutrice; rinvenire l’uno nell’altra brandelli di vita tanto amati quanto mancanti; leggere in una mia foto, o nei tuoi occhi, una frase da tempo agognata.

Tu mi salvi, e non solo: mi rendi nuova ed elevi ogni mio istante: m’incendi d’amore, ogni volta che racconti le tue piccole storie con tenera passione, ogni volta che mi prepari la colazione, che monti la cucina all’alba per vedermi sor-presa, che riaccasi con un piccolo dono. Rendi queste stanze frizzanti quando ti alzi coi capelli impazziti e provi per ore a domarli, quando ti costringi alle mie torte bruciate per non scoraggiarmi, quando pignoleggi sul caos della mia parte di stanza, ti cimenti con scopa e spazzone, friggi ogni cibo nel burro… E poi ti amo davvero, senza dispense o riserve: ti amo per come accogli ogni persona, per come doni senza domande, per come sei vero in ogni tuo gesto; mi commuovo ogni volta che penso alle ore passate sopra i gradini di una chiesa a pregare per la vita che mi nasceva nel grembo, cercando nei tuoi occhi conforto e sostegno e trovandovi un padre, un marito, un fratello, una risposta decisa a tante doman-de, il coraggio di affrontare i nostri parenti, la gioia di una nuova famiglia. Ti amo per come mi hai stretto la mano nel mio lungo travaglio, per come hai pianto davanti a tua figlia neonata, per come l’hai avvolta con cura; per come ogni gior-no le insegni la gioia di essere al mondo, giochi con lei come foste coetanei; per come mi guardi anche se porto tre taglie più di prima.

Mi confondo nel passato e nel futuro di una storia così improvvisa: ogni nuova miniatura dell’unico almanacco che ci racconta entrambi dà luce mai ambigua anche ai giorni antichi.

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